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La Stampa

Inseguire i vini stile Hollywood è sbagliato. Il ruolo Ue è la difesa dell’identità ... Che cosa ci facevano, in un caldo pomeriggio del luglio scorso nell’Aula Magna dell’università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, un sociologo di fama internazionale, un vigneron francese, un autorevole giornalista del mondo enologico e un esperto di “management del made in Italy”? Semplice: provavano a dare risposte su un tema tornato di scottante attualità alla luce delle ultime - a dire il vero poco illuminanti - proposte di legge comunitarie. Il tema era: il futuro del vino. Detto così potrà sembrare anche presuntuoso: tanto sfaccettato e complesso è l’argomento che non sarà certo un convegno - di questo si è trattato - a fornirne la chiave di soluzione. Ma tornare di tanto in tanto a parlarne non guasta mai, purché lo si faccia con cognizione di causa. L’assioma di partenza ormai è noto: si va configurando una contrapposizione epocale tra il modo di concepire la vitivinicoltura nel Vecchio Continente e nel cosiddetto “Nuovo Mondo” del vino (che non è solo America, ma è Australia, è Nuova Zelanda, è Sud Africa, e presto, prepariamoci, sarà l’Asia).
Personalmente non sono un fautore di tali divisioni e nella mia esperienza in Slow Food ho visto spesso avvicinarsi e dialogare parti che in origine si fronteggiavano radicalmente. Ma qui c’è in gioco una tale diversità di approccio, di cultura, di economie, che la lontananza pare difficilmente conciliabile. Ma c’è dell’altro. Se fino a qualche tempo fa noi europei riuscivamo a essere modello di riferimento per stile produttivo e filosofia, ora siamo noi a rincorrere un fantomatico modello extraeuropeo. La legislazione. enologica del Nuovo Mondo è liberista ai massimi livelli? Bene, ci adeguiamo pure noi per reggere il confronto (vedi trucioli e via “alterando”).
Lo stile dei vini che passa per quelle rade è tristemente omologante, frutto di pratiche invasive per i suoli, banalmente sciatto nei suoi risultati in bottiglia? E noi sembriamo voler percorrere quella stessa strada, sempre per poter sostenere la concorrenza! Io dico che non è questa la via. Io sostengo - e lo hanno ribadito gli autorevoli relatori del convegno - che la parola chiave per salvare la nostra viticoltura resta la stessa: identità, identità, ancora identità. Sapete che cosa mi è piaciuto di più di quell’incontro di Pollenzo? Confrontarmi con l’amico Marc Parcé, produttore di Roussilon e presidente di un consorzio di piccoli produttori che si battono per la riforma - in senso restrittivo, non estensivo! - dei disciplinari delle Aoc francesi.
Ho trovato interessante confrontarmi sul concetto quasi indefinibile (vorrei dire “spirituale”) di terroir, ho visto i suoi occhi concordare con i miei su un concetto di difesa strenua della naturalità delle nostre pratiche di vigna, ho sentito battere forte, in quella sala gremita di produttori, lo spirito europeo. E ho capito, forse per la prima volta in modo così netto, che il destino della viticoltura italiana si inscrive in un più ampio destino della viticoltura continentale: basta giocare a rincorrere i vini hollywoodiani, lasciamo che quei vini li facciano a Hollywood! Noi continuiamo nel solco tracciato dai padri che hanno sedimentato sapevi contadini, creato storie e vicende di campagna e di vita, facendo del vino un’arte prima che un mestiere, e una passione sincera prima che una ruffiana alchimia. Qualcuno obietterà - qualcuno ha obiettato, anche quel giorno - che questa è poesia, e che il vino va venduto, oltre che fatto.
Ma io vi lancio questa provocazione: di chi è il futuro? Di chi specula sulla storia, sull’ambiente, sulla dignità di un territorio, oppure di chi afferma con coraggio e orgoglio la propria personalità tradotta in vini sempre differenti, figli delle loro annate felici o storte, sudati strappati alla campagna, in alte parole “naturali”? Io sono persuaso che anche il mercato, pur nelle difficili congiunture attuali, saprà premiare questa qualità che non esito a definire buona (organoletticamente), pulita (per la fedeltà al terroir) e giusta (per il rapporto diretto e fiduciario che sa instaurare con l’appassionato). Gli spunti su cui riflettere sono molti e mi prendo l’impegno di tornare sulla questione. (Arretrato del 13 agosto 2006)
Autore: Carlo Petrini

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