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La Stampa

Nomi corti e rossi corposi i segreti per vincere in Cina ... Nel 2006 la vendita del vino italiano è raddoppiata. Vinitaly vola a Pechino con nuove strategie in vista delle Olimpiadi e dell’Expo a Shanghai... Il conto alla rovescia è incominciato. Le previsioni dicono che entro il 2010 la Cina sarà il più importante mercato vinicolo del mondo e i produttori italiani sono assolutamente intenzionati ad avere un posto di alta classifica in questo territorio immenso per dimensioni e capacità di crescita economica, dove già attualmente ci sono almeno 300 milioni di potenziali consumatori di vino su una popolazione di 1,3 miliardi di persone. Con questo obiettivo Verona Fiere ha organizzato (quest’anno avvalendosi dell’appena firmato accordo di collaborazione con Cibus di Parma) la quinta edizione di Vinitaly China. La rassegna, allo Shanghai Exibition Centre, ha visto la partecipazione di 200 produttori che hanno potuto stabilire contatti commerciali con oltre 6000 operatori cinesi del settore agroalimentare.
E a rinforzare la squadra c’era Buonitalia, la società per la promozione internazionale del Made in Italy che va in tavola. Durante i primi sette mesi del 2006 i cinesi hanno bevuto vino italiano per 4,5 milioni di euro. “Nello stesso periodo dello scorso anno si era arrivati a 2,06 milioni - commenta Giovanni Mantovani, direttore di Verona Fiere -, la crescita è dunque massiccia e a queste cifre si aggiungono i 2,9 milioni di export verso Hong Kong”. Ma la grande proiezione è quella verso il 2008, per le Olimpiadi di Pechino, e il 2010, quando Shanghai sarà sede dell’Esposizione Universale, due opportunità per collocare stabilmente i vini italiani nei mega hotel che si stanno allestendo. Anche per questo in Cina si è registrato un aumento del 159% delle spese pubblicitarie del comparto wine e spirits, soprattutto dopo il drastico taglio ai dazi di importazione sugli alcolici. Infatti, anche se è impensabile che tutti i cinesi possano arrivare a bere vino nel prossimo futuro, la partita si gioca sul fenomeno che questo prodotto rappresenta, visto che l’immagine del proprio “status” è considerata un investimento e che i cinesi ricchi puntano per i consumi fuori casa su prodotti a prezzi elevati.
Ma c’è parallelamente da considerare la concorrenza del vino locale, che viene venduto a meno di 4 dollari la bottiglia, contro i 15 o più di quello che viene dall’estero. Cifre significative per capire come, almeno per ora, il vino straniero di qualità medio-bassa non abbia molte possibilità di penetrare un mercato dove l’80% dei consumi sono basati sul prodotto interno basso prezzo. Comunque i 49.000 ettolitri esportati in Cina dalle nostre cantine (più altri 14.000 destinati all’enclave di Hong Kong) dimostrano che siamo su una buona strada, anche se sarà fondamentale adeguare continuamente le politiche di promozione e prezzo al rapidissimo sviluppo di questo mercato. Qualche consiglio spicciolo raccolto a Vinitaly China? Per cominciare niente vini dai nomi lunghi e difficili da pronunciare, meglio quelli di sole due o tre sillabe. Poi meglio puntare sul vino corposo e soprattutto rosso.

L’export italiano
Gennaio-luglio 2006:
Cina: 49mila ettolitri, 4,5 milioni di euro
Hong Kong: 14mila ettolitri, 2,9 milioni di euro

Consumi pro capite all’anno: 1,12 litri
Investimenti pubblicitari nel wine&spirits in un anno: +159%
Prezzi vino a bottiglia: locale 4 dollari, importato 15 dollari
(arretrato de La Stampa del 26 novembre 2006) 

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