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La Stampa

Borgogna e Barolo, due snob a Vinum ... La rassegna di Alba punta sul confronto internazionale... Quattro moschettieri borgognoni nel cuore del Barolo. Hanno accettato l’amichevole sfida lanciata dalla 3lma edizione di “Vinum” ed eccoli con il grembiule nero sotto le torri medievali di Alba a raccontare il proprio terroir ad una marea di enoturisti. Arrivano da Gevrey-Chambertin, un grande borgo situato nella parte più a nord della rinomata Còte de Nuits, ed è raro vederli in trasferta. Non amano troppo spostarsi, abituati come sono da secoli a ricevere visite, ordinazioni ed elogi per il loro Borgogna da sogno.
Ma i tempi sono cambiati, la concorrenza si è fatta più agguerrita e loro - Gérard Harmand del Domaine Harmand-Geoffroy, Jacques Marchand del Domanine Marchand-Grillot, Gilbert Hammel del Domaine des Varoilles e Xavier Massiv del syndacat viticole di Gevrey-Chambertin - non nascondono un certo fastidio per i bordolesi, i toscani e gli internazionali alla moda. “Ma qui - dicono - ci sentiamo un po’ a casa”. A dire il vero non conoscono più di tanto le terre del Barolo ma le rispettano, anzi ne temono la concorrenza in virtù della medesima filosofia.
E non potrebbe essere altrimenti, dato che Langhe e Borgogna hanno molte cose in comune: stessa cultura della piccola famiglia, stessa vocazione per un solo, grande vitigno. Di là dalle Alpi il Pinot Noir, di qua il Nebbiolo, “entrambi legati indissolubilmente al proprio terroir d’elezione, entrambi inimitabili ma anche complicati, instabili, bizzosi” come spiega Gigi Brozzoni, che fino a martedì ha il compito di guidare le degustazioni incrociate tra i frutti delle due terre.
In un confronto tra le zone vinicole più affascinanti del mondo è facile pronosticare un pareggio. “Il Pinot Noir è un vitigno che non consente vie di mezzo, è eccellente o mediocre. E soprattutto ha sempre una porzione di passione che non ha spiegazioni” dicono i produttori francesi. Parole che anche qualunque barolista può sottoscrivere con convinzione.
E il mercato? “Dopo qualche anno di crisi sta finalmente rialzando la testa. Il 2005 è tutto esaurito e abbiamo ottime aspettative il 2006. Ma il mercato è profondamente cambiato. Un tempo le nostre esportazioni riguardavano soprattutto gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Germania, oggi sono più vivaci i mercati asiatici e il Nord Europa”. E l’Italia? “Finora per noi è stata quasi inesistente, ma ci sono buone aspettative per il futuro. Ci sarà sempre concorrenza, ma è forse finito il tempo della contrapposizione tra cugini. I nuovi consumatori non amano gli atteggiamenti sciovinisti, vogliono conoscere, provare purché i vini siano genuini, vera espressione del terroir”.

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