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La Stampa

L’export di vino paga l’8% della bolletta petrolifera italiana ... Il settore traina l’intero agroalimentare ma sale l’import di bottiglie a basso costo. I consumi enologici diventano un indicatore per il Pil... Inizia l’era della “wineconomics”. Negli Usa l’hamburger, il caffè Starbucks e la Coca-Cola sono da tempo termometri di inflazione e potere d’acquisto, ora nella lista di questi indicatori si affaccia anche il vino, prodotto sensibilissimo ai tassi valutari e alla crescita del Prodotto interno lordo. La previsione viene da uno studio presentato al Salone del vino di Torino (che chiuderà i battenti domani) ed è basata su una formula semplice: dove si vende vino il Pil è in crescita e viceversa. Infatti il Pil mondiale cresce all’incirca del 4,5% l’anno, mentre quello del nostro Paese tre volte meno e questo spiega il “paradosso italiano”: con l’export di vino paghiamo l’8% della bolletta nostra energetica, ma le aziende della Penisola, lanciate alla conquista del mercato globale e di cui una quindicina hanno i numeri per debuttare in Borsa, soffrono su quello interno.
“Le esportazioni continuano a volare - dice il direttore di Assoenologi, Giuseppe Martelli - il 2006 si è chiuso con un +11,5% in volume e +5,8% in valore. In pratica abbiamo mandato all’estero quasi 20 milioni di ettolitri, poco meno del 40% della nostra produzione totale. E nel primo semestre 2007 c’è stato un altro forte incremento che fa salire del 14,5% i volumi e dell’11,4% i valori sullo stesso periodo dello scorso anno. Il vino in pratica dimostra un’accelerazione tre volte superiore a quella dell’intero export agroalimentare, in crescita del 4,8%”. Fin qui tutti dati positivi, ma, se si guarda la bilancia commerciale nel dettaglio si scopre che l’Italia esporta alta qualità, mentre importa beni di largo consumo e materie prime con un trend che si va rafforzando. Poi c’è l’effetto dei supereuro, che se da un lato non pare incidere più di tanto sul nostro export, dall’altro potrebbe far crescere l’import. Infatti, come ipotizzano gli esperti, potrebbe accadere che in un prossimo futuro il vino italiano sia destinato in prevalenza ai paesi a più forte espansione economica, e che da noi si bevano bottiglie prodotte in nazioni emergenti che, sfruttando il vantaggio competitivo delle loro monete deboli e i minori costi, finiranno per diventare i nostri fornitori.
Le cantine italiane si trovano perciò di fronte alla prospettiva di delocalizzare all’estero la produzione dei vini per il mercato interno e mantenere in Italia quella destinata alle economie ricche. Una situazione che preoccupa molto la Confagricoltura, anche perchè, spiega Piergiovanni Pistoni, presidente della Federazione nazionale vino dell’associazione “tra le righe della riforma di settore proposta da Bruxelles appare un diverso approccio al mercato preferendo la politica dei Paesi del nuovo mondo, che valorizza il vitigno in etichetta a scapito della denominazione d’origine e del territorio”.
Autore: Vanni Cornero

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