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La Stampa

Saltano i conti del vino. L’Italia beve meno ... In crisi il mercato interno, molte aziende a rischio... Sarà una specie di crisi dei mutui “subprime” in versione enologica e un bello scossone il sistema vino italiano deve aspettarselo.

Le vendite all’estero volano, tanto che, dopo i record del 2006 (esportazioni per 8,2 miliardi di euro) i dati, seppur incompleti, del 2007 confermano il boom dell’export (a quattro mesi dalla fine dell’anno, quindi senza i ricchi ordini legati al periodo natalizio si sfioravano già i 2 miliardi).
Ma mentre i mercati esterni vengono trionfalmente conquistati il fronte interno cede di brutto: i consumi in Italia sono scesi a 49 litri a testa l’anno (pari, secondo le stime per il 2007 a 26,5 milioni di ettolitri, il 2,6% in meno del 2006). “Le vendite hanno una doppia velocità - conferma il direttore di Assoenologi, Giuseppe Martelli - ci sono aziende che hanno messo il turbo ed altre ferme ai box, questo perché ci sono vini che tirano ed altri sempre più difficili da piazzare”.
Un bel problema, che si enuncia in quello che già viene chiamato “il paradosso italiano”: con l’export di vino paghiamo l’8% della bolletta energetica nazionale, ma per le aziende della Penisola le vendite in casa sono una vera preoccupazione. Il potere d’acquisto dei consumatori è in picchiata, soprattutto per quanto riguarda la borsa della spesa (gli aumenti degli alimentari sono secondi solo a quelli dell’energia), una situazione in cui l’effetto del super-euro può far crescere l’import. Infatti, ipotizzano gli esperti, in un prossimo futuro il vino italiano potrebbe essere destinato in prevalenza
ai Paesi a più forte espansione economica (il Pil mondiale cresce all’incirca del 4,5% l’anno, mentre il nostro tre volte meno) e da noi si bevono bottiglie prodotte in nazioni emergenti che, sfruttando il vantaggio competitivo delle loro monete deboli e i minori costi, dilagheranno sul nostro mercato. Fenomeno che già si avverte analizzando la bilancia commerciale nel dettaglio: l’Italia esporta prodotti di alta qualità, mentre importa beni di largo consumo con un trend che si va rafforzando.
A questo si aggiunge che sono già in conto aumenti nell’ordine del 20-25% per i vini base e del 10% per quelli di fascia medio-alta a causa dell’ultima vendemmia, la più scarsa da 60 anni a questa parte. Un’impennata dei listini che certo non farà bene al mercato in- temo del vino, le cui sofferenze derivano in gran parte proprio dai livelli dei prezzi.

“Inoltre - aggiunge Martelli - i ricarichi dei ristoranti arrivano sino al 300% dei listini franco-cantina, con la conseguenza di allontanare sempre più italiani dal vino”.
Ma, come dice Pietro Antinori, le aziende vinicole della Penisola sono ad un bivio: “o alzano i prezzi e rischiano di perdere quote di mercato o stringono la cinghia mantenendo inalterati i prezzi in attesa di tempi migliori”. E un altro elemento di disturbo lo indica Riccardo Ricci Curbastro, presidente di FederDoc: “Sul vino c’è troppo campanilismo, abbiamo 353 Doc e sono troppe. Bisogna pensare a modificare la legge sulle denominazioni di origine”.

Allora che fare? “Vendere sottocosto sarebbe un grande errore - risponde Lamberto Gancia - bisogna puntare sulla qualità, sull’innovazione. Usare solo la leva del prezzo può funzionare a breve termine, ma non in tempi lunghi e un’impresa deve lavorare sempre pensando al futuro”.
Il fatto è che, nel recente passato, molti hanno pensato al vino come a un prodotto che si vende da solo, mentre la realtà è diversa: “Le leggi economiche sono molto severe - conferma Ezio Rivella, uno dei massimi esperti del settore - per costruire saldamente bisogna investire sui mercati e sulle aziende, ma la più parte non l’ha fatto. La situazione è questa: in Italia ci sono circa 40.000 cantine e 200.000 etichette. Quasi tutti hanno puntato al prezzi alti, mentre sui mercato interno quelli che vanno sono i vini dal 3 ai 5 euro la bottiglia. Su queste basi certo non si pagano i mutui calcolati su altri guadagni. Se non ci sarà una ripresa dei consumi come quella tra il 1994 e il 2004 molti dovranno chiudere bottega”.
La prospettiva è un collasso di quella parte di sistema non abbastanza forte per realizzare volumi notevoli con l’export? “Un vero e proprio collasso non credo - prevede Angelo Gaja - piuttosto ci sarà un processo di aggregazione e qualcuno che ha fatto il passo troppo lungo dovrà vendere l’azienda. Fino al 2001, tutti compravano vino e i produttori meno accorti sono corsi dietro ad una domanda non ancora consolidata. Ora le cose sono ben diverse, il mercato italiano continuerà ad essere difficile, impoverito dal minore potere d’acquisto e dalla concorrenza internazionale sulle fasce di prezzo basse. La conclusione? Vedo una grande scrematura dl aziende. Un fatto certo non felice, ma che potrà servire a riequilibrare il sistema-vino evitando danni peggiori”.


I consumi interni negli ultimi 5 anni...


2003 - 29,0
2004 - 28,8
2005 - 28,0
2006 - 27,2
2007 - 26,5

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