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La Stampa

Il supertreno che cancella la vendemmia nella Lugana ... Il 42° Vinitaly, pur tra inchieste e polemiche, è stato definito dagli organizzatori “il più completo e partecipato di sempre per il prodotto bandiera del made in Italy agroalimentare”. Il vino italiano, in controtendenza rispetto a quasi tutta l’economia planetaria, anche lo scorso anno ha visto aumentare l’export del 7,8%, per un controvalore di 3,5 miliardi di euro. L’euforia suscitata dai numeri fatica però sempre più a nascondere le preoccupazioni degli addetti ai lavori. Tra queste iniziano a fare capolino anche i temi ambientali, per troppo tempo trascurati proprio dal prodotto principe dell’agricoltura.
Desta particolare impressione, in tal senso, il destino che - a pochi chilometri da Verona - è toccato in sorte alle vigne della Lugana, piccolo territorio diviso tra cinque Comuni sulla sponda Sud del lago di Garda. Qui la presenza della vite è segnalata già nell’età del Bronzo e oggi i 110 produttori associati nel Consorzio Tutela Lugana Doc fatturano 55 milioni di euro, che contribuiscono al reddito di un migliaio di famiglie. Ebbene, tutto questo tra breve potrebbe non esistere più, cancellato da 8 chilometri di linea ferroviaria ad alta velocità.
E’ vero che il tracciato porterebbe via “solo” il 20% dei vigneti, ma in un territorio così piccolo quella cicatrice rischia di rappresentare una ferita mortale. Il progetto risale al 1991, chi l’ha redatto ha disegnato la linea più breve e da allora, nonostante il continuo impegno dei produttori e della comunità, non è mai stato possibile fare un sopralluogo con i tecnici. E nemmeno ottenere di sedersi assieme a tecnici e politici in un’unica sede: gli uni rimbalzano la responsabilità agli altri e intanto si sono ricevute solo cospicue offerte di denaro (ovviamente rifiutate) per sgomberare i terreni interessati dal progetto.
E’ legittima, dunque, l’indignazione di chi - pur faticando a comprenderne appieno l’utilità - non si oppone a priori alla Tav ma chiede semplicemente di sapere cosa sarà del “prodotto bandiera del made in Italy” quando non ci saranno più le vigne. Perché, come abbiamo già avuto modo di denunciare da queste colonne, cemento e petrolio stanno minacciando i vigneti pregiati in ogni angolo dello stivale. Che si chiamava Enotria e forse si dovrà ribattezzare Cementopoli!

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