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La Stampa

L’Italia del vino riparte dal Barolo ... La ricetta: massimo rigore per produzione e controlli. A “Vinum” di Alba primo confronto dopo gli scandali che hanno colpito il settore... “I disciplinari di produzione dei vini sono una cosa seria e vanno rispettati. Altrimenti, tanto vale cambiarli”. Così l’assessore all’Agricoltura del Piemonte, Mino Taricco, taglia ogni dubbio con un colpo di spada. Un’affermazione netta, ma che richiede un passo indietro. Un mese fa, con l’apertura di Vinitaly, scoppiavano - ingiustamente messi fianco a fianco - gli scandali del vino pugliese adulterato e del Brunello impuro, con indagini che nel primo caso hanno coinvolto cantine sparse un po’ ovunque, nel secondo hanno intaccato un marchio che, con il Barolo, è il simbolo dell’eccellenza enologica italiana.
Ecco allora che proprio dalla terra del Barolo arriva, con l’inaugurazione ad Alba della rassegna “Vinum”, il primo confronto a giro d’orizzonte dopo la doppia scossa di terremoto. E arrivano anche le prime considerazioni “a freddo”, i primi segnali da una Regione che “non ha i maggiori numeri di produzione in assoluto, ma ha sempre dettato la linea, perché è quella che ha la storia pi prestigiosa, che ha integrato meglio realtà aziendali singole, cooperative e industriali mantenendo il suo patrimonio viticolo, fatto quasi esclusivamente di vitigni autoctoni” come spiega il presidente del Consorzio di tutela del Barolo, Claudio Rosso. E cosa dicono questi segnali? “Innanzitutto, che occorre distinguere. La storia del vino sofisticato suscita più tristezza che preoccupazione e in fondo ci conferma che i controlli in Italia funzionano” sottolinea il responsabile dell’agricoltura piemontese, Taricco.
La vicenda del Brunello “ammorbidito” è più complessa e ai produttori di Barolo e Barbaresco consiglia molta prudenza, nonché qualche timore. “L’unica cosa da fare è reagire con forza, evitare autolesionismi e proseguire sulla strada della qualità” dicono un po’ tutti. A chi ventila l’ipotesi di riaprire il capitolo del disciplinare per modificare la regola che - come per il Sangiovese e il Brunello - richiede il 100% di uva Nebbiolo, un produttore e amministratore di lungo corso come Giacomo Oddero ribatte: “Non è questa l’ora di proporre cambiamenti. L’unica strada è seguire il solco della tradizione, esaltando proprio le caratteristiche che rendono unici i nostri vini nel mondo”.
Anzi, c’è chi vorrebbe alzare ancora di più l’asticella. “I francesi - dice Giacolino Gillardi, enologo di un altro big come Bruno Ceretto - da un secolo e mezzo hanno classificato le loro vigne con il sistema dei cru. Sarebbe l’ora di fare altrettanto anche nelle Langhe del Barolo, per essere ancora più chiari nei confronti dei clienti”. Ma pure questa strada non è affatto in discesa.
Una certezza su cui tutti concordano è invece l’esigenza di incrementare la promozione e la capacità di comunicazione del mondo del vino italiano, zona per zona . Per questo ad Alba tutti hanno applaudito quando è stato annunciato l’arrivo dalle casse statali, per il prossimo triennio, di 6 milioni di euro all’anno che ogni Regione potrà gestire come meglio crede con questo obiettivo.


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