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L’ANALISI

La “zonazione” del vino italiano, tra opportunità e criticità, secondo la critica internazionale

A WineNews le opinioni in materia di Monica Larner (Robert Parker Wine Advocate), Antonio Galloni (Vinous) e James Suckling

Ci sono territori in cui il percorso di “zonazione” è più avanzato, come Barolo e Barbaresco, o Soave, o nel Prosecco Docg per le “Rive”. Altre in cui si è già definito il perimetro, come nel Chianti Classico, con i suoi “Villaggi”, o nel Nobile di Montepulciano, con le “Pievi” (già approvate anche dalla Regione Toscana), e ci si prepara a vedere i nuovi nomi in etichetta, ed altre ancora, dove di zonazione e mappatura se ne parla da qualche tempo, ma dove un percorso concreto e formale è tutto da iniziare, come sull’Etna, con le sue “Contrade”, o a Montalcino. Solo per fare alcuni esempi tra i tanti possibili. Fatto sta che tutto quello che, comunemente, alla francese, semplificando al massimo, si chiama “Cru”, nell’Italia delle già oltre 520 tra Dop e Igp del vino, si declina in varie definizioni. Aggiungendo complessità ad un panorama vinicolo di cui la varietà e la frammentazione, tutti sostengono da tempo, è allo stesso tempo una grande ricchezza, ma anche una grande complicazione a livello comunicativo e commerciale. Soprattutto (e non solo) all’estero, dove spesso finisce oltre il 70-80% del vino prodotto nelle principali denominazioni del vino italiano.
Per questo abbiamo chiesto un parere, su questo percorso verso le sottozone del vino italiano, a tre delle firme della critica enoica più ascoltate nel mondo, da Monica Larner, responsabile dall’Italia per “Robert Parker Wine Advocate”, ad Antonio Galloni, direttore di “Vinous”, a James Suckling di www.jamessuckling.com, seguito, soprattutto, ma non solo, in Asia. Le cui considerazioni, concettualmente tutte positive sul valore potenziale della zonazione delle denominazioni del vino italiano, si diversificano e non poco, poi su come queste debbano venire realizzate e comunicate, ma anche sull’opportunità di dove farlo o non farlo.
Come sintetizza proprio James Suckling: “penso che una zonazione più accurata di alcuni dei territori chiave d’Italia, come il Barolo o il Chianti Classico, aggiungerà valore ai grandi vini italiani. La Francia, soprattutto, ma anche la Germania, lo hanno dimostrato con le loro zonazioni e denominazioni dei vigneti molto accurate. Detto questo, non sono sicuro che sia necessario farlo per tutti i territori”, chiosa il critico americano, ma di stanza ad Hong Kong.
“La zonazione è molto importante per il vino italiano, soprattutto a livello di comunicazione, marketing e storytelling - dice, dal canto suo, Monica Larner - io ho sempre paragonato la ricchezza del vino italiano ai dialetti italiani, alla ricchezza linguistica del Paese, dove ogni linguaggio diventa poi importante nel comunicare i cibi, i luoghi, la cultura della zona. E questo discorso del dialetto si può applicare anche al vino italiano, pensando alla varietà di vitigni autoctoni. Chiaramente poter usare questo strumento delle sottozone, dalle Mga di Barolo e Barbaresco alle Pievi per il Nobile di Montepulciano, o le Contrade sull’Etna, le Rive del Prosecco Docg, o i Villaggi del Chianti Classico, vuol dire poter parlare un linguaggio più dettagliato nel racconto del vino italiano. Il Cannubi, per esempio, a Barolo, viene subito associato all’eleganza del vino. Montosoli, a Montalcino (anche se non è una sottozona formalmente riconosciuta, ndr), alla nettezza del Sangiovese. La Contrada Sciaranuova sull’Etna esprime una mineralità particolare. In questi casi è molto importante avere questo strumento in più delle sottozone, per raccontare queste diversità. Ed anche a Wine Advocate stiamo ragionando così: per esempio, quest’anno, invece, che fare un report unico sul Chianti Classico, l’ho diviso per i Comuni del Chianti Classico, cercando di raccontarlo ognuno attraverso i suoi vini; perchè Radda in Chianti, con la sua maggiore altitudine, è diversa da Castellina in Chianti, o da Gaiole in Chianti, territorio ricco di bosco che regala sentori un po’ più selvatici. Le sottozone, insomma, in generale, sono uno strumento importantissimo per raccontare il vino italiano, che è già molto complesso, è vero, ma che si può spiegare meglio con un linguaggio ancora più dettagliato per raccontarlo. Nel comunicarlo, però, con il tempo, dobbiamo - continua Monica Larner - fare più attenzione a distinguere le sottozone che sono davvero espressione di differenze pedologiche, e quelle che sono più “politiche”, come lo sono i Comuni. Perchè le sottozone siano reali, bisogna ritrovare una differenza nei vini, è un lavoro importante da parte nostra, come critici. Ma, ripeto, è importante poter avere uno strumento per cui puoi raccontare che Brunate è diverso da Cerequio o da Cannubi, che sono tre sottozone del Barolo, con tre personalità diverse. Non dobbiamo scordarci, poi, che l’Italia ha anche tanti vitigni autoctoni, come Sangiovese e Nebbiolo, ma non solo, che sono molto sensibili ai luoghi in cui vengono coltivati, ed è per questo che ha molto senso che l’Italia cammini nella direzione della zonazione”.
Un percorso importante anche secondo Antonio Galloni, che, però, non risparmia in questo senso critiche ficcanti. “Penso che il lavoro verso la zonazione sia una grande cosa per il vino Italiano. Però, preciso che questi sono lavori di estrema importanza per il quale servono delle persone serie e preparate, che hanno l’intelligenza e la serietà di guardare oltre i loro interessi personali. In un mondo ideale, i produttori darebbero questo lavoro ad una persona esterna, una persona che conosce bene le zone, ma non fa vino. Ma sapendo che questo non succederà mai, i produttori dovrebbero almeno usare dei consulenti esterni. Alcuni lo hanno fatto, per esempio, e la persona più indicata per fare questo lavoro sarebbe Alessandro Masnaghetti (universalmente riconosciuto come il miglior “cartografo” del vino italiano e non solo, con la sua Enogea, ndr). Poi, ci deve essere consistenza in questo lavoro. Faccio un esempio: Barolo. Le Mga di Serralunga, per me, sono fatte molto bene, con precisione. Dall’altro lato, Monforte, con le sue Mga Bussia e Ginestra. Per me è un lavoro fatto da persone con poca capacità, che hanno lasciato pesare pressioni politiche, un lavoro che fa più danni che benefici. Detto questo, per la comunicazione, occorre usare i termini più semplici. Io userei la parola francese “Cru” perché comunica l’essenza di un posto. È la parola che funziona meglio; così come gli chef usano le parole ravioli, risotto, per esempio. Non esistono versioni francesi di queste parole, e ricordiamoci che il francese è una lingua che ha sempre cercato di avere parole proprie e non prese da altre lingue, come succede spesso in Italia con l’inglese. Ma, in generale, a mio avviso, l’industria del vino in Italia rimane molto provinciale. Serve una visione più aperta e globale. Faccio l’esempio del Chianti Classico, con i suoi 35 milioni di bottiglie annue: 1 su 3 si vende negli Usa, poi seguono mercati come Uk e Canada tra i più importanti. Come vai a spiegare nei mercati queste nuove Unità Geografiche Aggiuntive? Per non parlare dei mercati emergenti ...”.
E, forse, in generale, è proprio questo il grande tema: capire come tradurre in maniera semplice e comprensibile per la più ampia fetta possibile di consumatori quello che, per sua natura, semplice non è, come la complessa geografia del vino italiano. Una cui migliore mappatura e definizione, in termine di sottozone, è, comunque, un percorso importante da compiere, soprattutto in alcune denominazioni che puntano a posizionamenti alti sullo scaffale, ed a conquistare quegli appassionati più esperti ed esigenti, per i quali sapere da quale vigneto nasce una bottiglia di vino è un grande valore aggiunto.

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