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“Lady vintners”: nate e cresciute tra i vigneti più famosi, dalla Napa Valley alla Franciacorta, oggi alla guida delle cantine di famiglia, ecco le 13 produttrici di vino più “toste” del mondo per il celebre magazine Glamour. Cinque sono italiane

Italia
Le winemakers italiane più influenti per il celebre magazine americano Glamour

Sono nate e cresciute tra i vigneti più famosi al mondo, dalla Napa Valley alla Sonoma Valley, dall’Alto Adige alla Franciacorta, e oggi, sulle orme dei loro padri, sono alla guida delle cantine di famiglia, alcuni tra i power brands più importanti e conosciuti del panorama enoico internazionale: ecco le 13 “Badass Female Winemakers”, le produttrici più “toste” del pianeta, secondo il magazine americano “Glamour Living”, tra i più cool, letti e seguiti dal pubblico femminile, e non solo, perché anche se il loro ufficio sono le più spettacolari distese di vigneti del mondo, questo non vuol dire che sia un lavoro facile. E se n. 1 tra le “Lady vintners” è Pauline Lhote, winemaker di Domaine Chandon, prima maison francese in California, in Napa Valley, la n. 2 è una signora del vino italiano, Karoline Walch, co-proprietaria della Elena Walch, una delle più celebri griffe dell’Alto Adige fondata dalla madre Elena, con la sorella Julia, seguita, ai piedi del podio da Sally Johnson, winemaker di Pride Mountain Vineyards, nella californiana St. Helena. Una classifica dominata da grandi nomi d’oltreoceano, ma con ben cinque donne del vino italiano, tutte figlie d’arte: seguono la Walch, Dominga Cotarella (è la n. 5), figlia e nipote delle “wine legends” Riccardo e Renzo Cotarella, alla guida con le cugine Enrica e Marta di Falesco, l’azienda di famiglia in Umbria, e Cristina Ziliani, figlia del grande enologo Franco Ziliani e proprietaria con i fratelli Arturo e Paolo della Guido Berlucchi, tra le più celebri griffe di Franciacorta (n. 9); Roberta Bianchi è winemaker e direttore, invece, di Villa Franciacorta, borgo medievale e tenuta fondata dal padre in Franciacorta (n. 11); infine, Francesca Bonfadini, che, ereditando la passione dal nonno Giovanni e dal padre Graziano, è proprietaria di Bonfadini (e la n. 13), segnando la netta predominanza in classifica del celebre terroir della spumantistica italiana, accanto ai vigneti di California.
Alla posizione n. 4 c’è Kathryn Hall, proprietaria di Hall Wines e Walt Wines, le aziende di famiglia in Napa Valley, fondate negli anni Settanta. A seguire, scorrendo la classifica, ci sono Erin Miller, winemaker di Twomey Cellars-Silver Oak in Napa & Sonoma Valleys (è la n. 6), e Gina Gallo, ultima generazione di una delle dinastie del vino più importanti al mondo, la Gallo, di cui segue la Gallo Signature in California (n. 7). Quindi, Laura Díaz Muñoz, winemaker delle sue Galerie Wines nella Knights Valley (n. 8), Victoria Ferguson, winemaker della Mirassou Winery a Santa Clara (n. 10), e Debbie Juergenson, winemaker di Apothic Wines nella Central Valley (n. 12), tutte in California.
“La cosa più importante per avere successo in questo mondo - sottolinea Karoline Walch - è avere una profonda conoscenza del vino e dimostrare la propria esperienza. Fiducia in se stesse e passione, sono invece gli strumenti per cambiare prospettive alle persone e farsi strada”. Per Dominga Cotarella essere “una seconda generazione vuol dire andare avanti dimostrando il proprio valore. Essere credibili è la cosa più fondamentale per lavorare nel mondo del vino, sapere cosa si vuole realizzare e conoscere gli strumenti per farlo. I risultati seguiranno”. “Quando mio padre partiva per la Champagne - ricorda Cristina Ziliani - portava con sé solo i miei fratelli. È un mondo ancora maschile, ma un vino non è fatto solo di tecnica, e sono le donne ad arricchirlo di creatività ed emozione”. Ma, dice Roberta Bianchi “non si diventa businessman o businesswoman in un giorno. Bisogna imparare giorno dopo giorno, nelle diverse fasi della vita, condividendo la passione di un padre, l’amore e l’etica nel lavoro”. E se il sogno di Francesca Bonfadini era sempre stato quello di produrre un Franciacorta con il suo nome, sul filo dell’immaginazione, racconta che “mi piacerebbe bere un Franciacorta Satèn con Eleanor Roosevelt perché ho sempre cercato di applicare la sua dichiarazione: Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei loro sogni”.

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