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Libero

Crisi & profeti… … Solone del gusto … Ancora tre giorni e poi il Salone del Gusto andrà in archivio. A Torino si è vista molta gente, si sono sentii molti discorsi. E indubbiamente c’era gran parte della produzione italiana di qualità, c’erano e ci sono fino a lunedì nei tre padiglioni del Lingotto gli artigiani del gusto, ci sono le cucine di strada, ci sono i territori, e all’Oval ci sono i contadini di Terra Madre che guardano un po’ stupiti i prezzi di una toma che loro proprio non
si possono permettere e non capiscono come un formaggio possa costare tanto. Del resto il Salone del Gusto è una bella vetrina, una passerella di Vip a cui partecipano anche i contadini. Ma nei padiglioni del Lingotto(dove comunque vale la pena di andare) si sono sentiti altri echi che meritano una riflessione. La prima è che Slow Food per bocca del suo presidente italiano, Roberto Burdese, ammette di avere avuto una crisi finanziaria, relativamente al bilancio del Salone, dovuta al taglio dei contributi pubblici. La seconda è che Carlo Petrini, il presidente internazionale di Slow Food, il vero guru dell’associazione, ha dispensato saggezze, come era atteso. Al netto del revirement sui giudizi dati dalle guide. Ora - ha affermato Carlo Petrini - è tempo di non fare valutazioni, ma di dare informazioni. Giova ricordare che Slow Food per anni ha coeditato una guida al vino dove i giudizi si davano: eccome. Si è messa in proprio quest’anno e li ha aboliti. Meglio tardi che mai verrebbe da pensare. O forse viene da citare Sartre: la coerenza è un difetto che non mi appartiene. Ebbe a dire il filosofo francese. Ma Petrini ha detto anche un’altra cosa significativa: il cibo deve smettere di essere merce e deve diventare valore. Immagina un’agricoltura che sia fatta da una rete mondiale di produttori e non da una rete mondiale di distributori. E aggiunge che non si tratta di pensare a produzioni di nicchia per un’ élite ricca, ma
di abbattere i muri che oggi costringono chi ha minor reddito ad accontentarsi di cibi industriali di bassa qualità. E chi non sottoscriverebbe un simile programma? Ci sono alcuni però. Il primo è
chiedersi se Carlo Petrini ha fatto un giro dei padiglioni del suo Salone e ha chiesto i prezzi. Un operaio della Fiat (a proposito ieri Jhon Elkan è tornato al Lingotto: parte gusto) che guadagna qualcosina più di 1200 euro al mese forse il prosciutto a 5 euro all’etto non se lo può proprio
permettere. Il secondo: pare che Slow Food si stia alleando con Cibus la fiera dell’agroalimentare di Parma che ospita tutte le produzioni industriali. Si tratta di portare il verbo in partibus infidelium?
Burdese è stato esplicito: se ci vengono a mancare i contributi pubblici, noi per tirare avanti avremo
bisogno dei privati. Degli sponsor. Ora da che mondo è mondo chi sponsorizza alla fine vuole guadagnarci. Sui valori o sulle merci? Non è dato sapere. Atteso che il cibo è merce e tale resta la domanda è quale ruolo debba giocare l’agricoltura nello sviluppo. Se c’è la volontà di ridarle pari
dignità con gli altri settori economici, se l’agricoltura può e come conquistare una sua efficiente rete distributiva visto che ora è compressa in costi industriali - sponsorizzazioni comprese - e ricavi di
sussistenza. Se esiste la consapevolezza che prima dell’educazione al gusto, prima della promozione dei “gioielli gastronomici”, prima delle perorazioni, non sia necessario domandarsi perché l’agricoltura non ha una sponda politica, perché non pesa economicamente e perché non ha una sua politica. E perché pur scambiandosi a Chicago valori doppi di quelli di Wall Street conosciamo ad ogni ora del giorno come vanno le azioni, ma nulla sappiamo del prezzo del grano. La Confagricoltura, la Cia e il Copagri annunciano che faranno una mobilitazione generale in difesa del valore, del reddito e del ruolo agricoli. Bisogna forse ripartire da lì e interrogarsi sul perché
l’Europa non scioglie la contraddizione - che pare albergare anche al Lingotto - tra il blandire il potere delle multinazionali e le aspirazioni ad avere un’agricoltura polifunzionale. Solo dopo potremo specchiarci nelle parole d’ordine buone, giuste e pulite. Per evitare che un refuso trasformi la fiera torinese da salone in Solone. Del gusto, ben inteso.

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