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Libero

Parla Enrico Drei Donà… … “Siamo la Romagna autentica quella che dà del tu alla Storia” … Per il Sangiovese un ruolo da ambasciatore di un territorio d’eccellenza… Le colline di Predappio si stagliano in un orizzonte di un turchese intensissimo e in questi giorni di novembre con i primi freddi vedi i pampini rosseggiare sul tappeto verde dei pascoli, punteggiati da rari cipressi, da scure roverelle , da argentei olivi. Quant’è lontano lo sciabolare delle luci stroboscopiche delle discoteche, dei neon sparati della Riviera! Il divertimentificio lo percepisci come un bagliore all’orizzonte orientale. A contarli i chilometri sono un amen: una trentina, non di più dalla battigia. Eppure questo sembra un altro mondo. Sento il nitrire di cavalli nervosi e respiro profumi eleganti di una ruralità antica. M’attende qui a La Palazza, una dimora che ha più somiglianza con un casolare intimo piuttosto che con arcigni manieri nobiliari, il conte Enrico Drei Donà. È uno dei nuovi profeti del grande Sangiovese di Romagna. Faccia da bocconiano, fisico asciutto come s’addice a un campione di equitazione e portamento elegantissimo, carattere schietto e franco: un cavallo di razza. “Troppo buono - mi sussurra mentre gli faccio questo ritratto a voce, quasi a carboncino dialettico - se vuoi puoi dire una cosa: che grazie a mio padre Claudio che a un certo punto ha buttato alle ortiche i codici e si è buttato a corpo morto in questa sublime avventura del vino ho ritrovato le mie radici e oggi la campagna è una passione ardente”. Scusa, mi viene da far notare a Enrico, ma uno che si è dato da fare con i cavalli, che ha respirato dressage e salto non aveva già dentro la confidenza con il naturale? “Sì un po’ è così, ma produrre vino, accudire le vigne, scontrarsi con i problemi del mercato ti fa acquisire un modo diverso di vedere la campagna. Tant’è che abbiamo convertito l’azienda a tutto naturale: dall’energia alla coltivazione è tutto eco-sostenibile. E anche aver per tanti anni tenuta chiusa la cantina ai visitatori ci è servito per recuperare il nostro senso di appartenenza alla terra. Dal prossimo anno apriremo l’enoteca al pubblico con assaggi di salumi, abbiamo costituito un club di amici, ma prima avevamo bisogno di sentirci parte del nostro universo. E ora io non potrei, non saprei fare altro se non il vino”. Pare una storia di altri tempi quella dei Drei Donà è invece paradigmatica della ricchezza della nostra attuale agricoltura, dell’impegno che ogni santo giorno chi suda la terra mette per arrivare a traguardi di eccellenza. Claudio Drei Donà, di antico lignaggio, è stato uno dei principi del foro, poi a un certo punto ha messo mano alla proprietà di famiglia in questo cuore antico della Romagna. A spingerlo anche la moglie Giovanna Vittoria campionessa di salto a ostacoli che voleva uno spazio per i suoi cavalli. Questa doppia passione per la terra e per i cavalli genera una storia familiare che fa si che oggi Enrico (ottimo cavaliere di Completo) si dedichi alla vigna e sua sorella Ida Vittoria (tre volte campionessa italiana di Dressage) all’allevamento dei cavalli e continui a coltivare il sogno olimpico. E’ per questo che i vini di Drei Donà portano i nomi dei cavalli: Il Pruno una riserva di Sangiovese straordinaria, il Notturno, il Sangiovese simbolo dell’azienda, il Graf Noir rarissimo riservato solo a pochi e che si fa solo in qualche annata quando l’incontro di Sangiovese, Longanesi e Cabernet Franc è perfetto, il Magnificat Cab Sauv in purezza, il bianco d’autore che è il Tornese incontro di Chardonnay e Riesling, il Domino un Albana Passito identitario al pari del Pruno. “Ma questa scelta - confessa Enrico - è prima di tutto un’ammissione di affettività”. In che senso? “Noi ci sentiamo di appartenere a questa Romagna autentica”. Ma se ne accorgono? “Diciamo che cominciano a percepire che la Romagna e oltre la Riviera. Noi ci stiamo impegnando per costruire un sistema territoriale basato sulle eccellenze. Qui transitano ogni anno 45 milioni di persone. Se bevessero un bicchiere a testa non ci basterebbe mai il vino e invece...”. Invece per troppi anni il Sangiovese è stato trattato come una sine cura. “E tuttavia le cose ora - sottolinea Enrico - stanno un po’ cambiando. Per esempio con le Terme sia con quelle della Fratta sia con quelle di Castrocaro stiamo lavorando molto bene. Si comincia percepire che organizzare un sistema territoriale delle eccellenze in qualche misura alternativo e complementare al turismo della Riviera può portare buoni frutti. Siamo una terra antica e ricca di Storia, di sapori, di sapienze. Sono convinto che i nostri vini possano essere percepiti come emblemi di tutto - questo e possano diventare dei veri marcatori territoriali”. Ma il mercato come va? “Meno male di quello che si pensa. Le riserve di Sangiovese sono ormai percepite come vini di altissima qualità e il Sangiovese base si vende benissimo per il favorevole rapporto prezzo-qualità. Semmai abbiamo bisogno di rivendicare di più la primogenitura del Sangiovese”. E i toscani non hanno nulla da obiettare? “Beh alcuni cloni di Sangiovese che si trovano a Predappio sono quelli più usati nella zona del Chianti Classico. Seminai dai toscani dovremmo imparare a dare più ordine alla nostra piramide qualitativa e più enfasi al valore del vino”. In che senso? “Abbiamo una Doc Romagna di seimila ettari, le cantine cooperative da sole fanno 1’80% del vino. Ora con le sottozone abbiamo messo un po’ di ordine, ma spero un giorno di vedere una Docg Predappio per il Sangiovese riserva, un’Albana Docg di Bertinoro. Dobbiamo mettere da parte i campanilismi. Ora c’è un pool di cantine: da San Patrignano a Tre Monti per citarne alcune e stiamo lavorando insieme per costruire una sorta di sistema Sangiovese. Credo che questa sia la strada sulla quale il nostro vino possa andare al galoppo”. E di lontano sento un nitrito.

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