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Le cantine si salvano con l’export ... Il fatturato cresce ma il consumo sul mercato interno cala. Il comparto vale oltre 13 miliardi e ha chiuso il 2010 con un +11%. Usa e Germania i migliori clienti... Tutti i numeri del vino... Mai come quest’anno le cantine italiane arrivano a Vinitaly da superstar, contando su numeri da record. Per il vino tricolore, infatti, il 2010 è stato più che una buona annata. Le esportazioni di vino italiano nel 2010 sfiorano i 22 milioni di ettolitri in volume (dati Istat), che rappresenta un balzo dell’11% rispetto ai
19,5 milioni di ettolitri del 2009 e del 18% sopra il 2008, per 3,9 miliardi di euro in valore, con un incremento del 12% rispetto al 2009 e del 6% sopra al precedente record di fine 2008. Numeri che confermano l’Italia come il primo esportatore al mondo in termini di volume, davanti alla Spagna e alla Francia. Anche il “sentiment” sul 2011 delle cantine, che Winenews ha sondato sia interpellando le realtà produttive più
“forti” dal punto di vista del giro d’affari (50 cantine che, complessivamente, rappresentano un valore di 1,8 miliardi di euro), sia rivolgendosi a molte di quelle che si trovano nella fascia di fatturato fra 3 e 9 milioni di euro, è positivo (rispettivamente per il 75% e l’80% dei campioni sondati). Nella classifica dei Paesi a maggior peso in termini di valore, sul podio ci sono la Germania con 760,2 milioni di euro (+2,8% sul 2009), gli Stati Uniti con 745,2 milioni di euro (+10%) ma anche la Svizzera con 234,2 milioni di euro (+12%). Tutti mercati tradizionali per il nostro export enologico che confermano comunque la loro solidità. E i nuovi mercati? Qualcosa si sta muovendo, evidentemente, e si muoverà in futuro con sempre più forza. La Russia “vale” 93,4 milioni di euro (+54,4%), la Cina, per adesso, 33 milioni di euro (+108,9% sul 2009), il Brasile 27,8 milioni di euro (+55,6%) e la Corea del Sud 11,7 milioni di euro (+1,4%) solo per fare qualche esempio. Anche sul fronte dei volumi ad aggiudicarsi il podio sono soprattutto i nostri mercati “classici”: la Germania con 6.270 ettolitri (+2,8%), la Gran Bretagna con 2.694 ettolitri (-4,2%,
l’unico mercato ha segnare una flessione nel 2010) e gli Stati Uniti con 2.391 ettolitri (+8,2%). Va molto bene la Russia con 918 ettolitri (+52,8%), un po’ più defilata la Cina con 205 ettolitri (+216,7%), il Brasile con 124 ettolitri (+51,5%) e, la Corea del Sud con 35 ettolitri (+19,2%). Se però consideriamo il valore medio di un litro del nostro vino esportato, che si aggira attorno a un euro e 80 centesimi, e lo confrontiamo con quello dei vini francesi, capiamo la differenza: il prezzo medio della bottiglia francese è di 4,7 euro, circa 2 volte e mezzo il nostro. Ed è in aumento: la crisi ha finito, insomma, per acuire questo divario e se il vino italiano è cresciuto in modo più importante
di quello francese, lo ha fatto diminuendo il suo prezzo medio di vendita, anche a spese dei margini
aziendali. La domanda è dunque molto semplice: di che export stiamo parlando? La percezione del vino italiano esportato resta quanto meno indeterminata: da comprare al volo quando la politica dei prezzi lo favorisce e da lasciare nel “limbo” tra i “top” francesi e gli emergenti di turno spagnoli, argentini, cileni e via dicendo, capaci magari di proporsi a prezzi più competitivi. Come dire, quando i mercati si assesteranno, dovremo trovare un’altra strategia, perché i nostri prezzi non potranno subire ulteriori ribassi. In Italia si consuma ancora più vino pro-capite che in molti altri Paesi, ma stiamo parlando di un mercato maturo, dove si producono oltre 40 milioni di ettolitri di vino all’anno, e se ne consumano non più di 25 milioni. Il resto va necessariamente venduto
all’estero, o si dovrà produrre meno. O tutte e due le cose insieme. La lettura del mercato italiano sotto quest’ottica ci offre una visione chiara di quello che è il problema fondamentale, oggi evidentissimo tra i nostri confini e domani, probabilmente, anche fuori da questi: la sovrapproduzione di vino. Quindi, per chi considera l’espansione produttiva come l’unica possibilità di sopravvivenza, dovrà aprirsi necessariamente una nuova fase guidata da nuove parole
d’ordine, sia “in casa” che fuori dai confini nazionali. Occorreranno sia una maggiore efficienza distributiva e commerciale, sia una concentrazione delle aziende, almeno nella fase di post-produzione.

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