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VINO & ARCHEOLOGIA

Nasce il “vino del Palatino”, il progetto di eno-archeologia nel Parco Archeologico del Colosseo

Dopo la produzione di olio e miele, come all’epoca dei Romani, la “posa” dei primi filari della Vigna Barberini su uno dei setti colli di Roma

Il miele, che nasce dalle arnie posizionate ai piedi delle capanne romulee, dove ha inizio la storia arcaica di Roma, nel luogo ideale secondo le “linee guida” suggerite da Varrone, Columella e Virgilio, ampio e isolato, ricco di piante bottinabili e acqua; l’olio, frutto dei 189 olivi, da quelli centenari vicino all’arco di Tito a quelli di recente piantagione, perfettamente inseriti in un paesaggio in cui hanno fatto parte fin dall’antichità; ed ora la vite, proprio come tramandano le fonti antiche, tra cui la “Naturalis historia” di Plinio il Vecchio, che raccontano la presenza, nella piazza del Foro Romano, di tre piante, simbolo della cultura romana: “Ficus, Olea et Vitis”. Nasce da qui, con la “posa” dei primi filari di vite della “Vigna Barberini” sul Colle Palatino, il nuovo progetto del “vino del Palatino”, ultima case history di eno-archeologia nel Parco Archeologico del Colosseo. Partner tecnico dell’iniziativa è la cantina Cincinnato di Cori, a 50 chilometri dalla Capitale, dove si coltiva soprattutto Bellone, per le uve bianche, e Nero Buono per le rosse. Una realtà cooperativa da oltre 900.000 bottiglie l’anno, che sul Palatino sta allestendo un vigneto a basso impatto, a conduzione biologica, con lavorazioni esclusivamente manuali e supporti in linea con il senso del progetto (come i pali in castagno e non in acciaio o cemento).
Ad annunciarlo su Instagram, la direttrice Alfonsina Russo: “ad aggiungersi alla produzione dell’olio degli splendidi ulivi del Parco e del nostro dolcissimo miele seguirà la produzione della bevanda per eccellenza tanto decantata nel corso dei secoli, del “nettare degli dèi”, il vino del Palatino”. La ricerca storica e archeologica sui vini di eccellenza nell’antica Roma ha portato alla conoscenza di un antichissimo vitigno autoctono che Plinio chiama “uva pantastica”, da cui deriva il vino Bellone, coltivato nella provincia di Roma e in quella di Latina. La coltivazione della vite è sempre stata di rilevante importanza per tutte le civiltà che si sono susseguite nel corso della storia ed ebbe un ruolo molto importante anche nella civiltà romana. I Romani furono eccellenti viticoltori: sono state infatti ritrovate tracce archeologiche di trincee della coltivazione della vite, per lo più a filari, spesso anche ad alberello per la vite così detta “maritata”. Il Parco Archeologico del Colosseo conserva ancora nella sua toponomastica delle aree chiamate “vigna”, nel senso più esteso del termine, ovvero orti, e nelle indagini archeologiche e nelle carte storiche la presenza dei vigneti è ben documentata. Da qui l’idea di impiantare una piccola vigna, in un ambito del Colle Palatino denominato appunto “Vigna Barberini”, dalla famiglia romana che nel Seicento ne deteneva la proprietà. Attualmente una piccola area della terrazza accoglie già delle piante da frutto, il fico sacro delle origini e altre tra le più antiche specie, spiegano dal Parco.
L’importante patrimonio di piante di olivo aveva già spinto il PArCo a farsi promotore del recupero “virtuoso” delle olive, altrimenti sprecate, grazie alla produzione del “Palatinum”, un’extra bergine di oliva Evo senza uso della chimica. E sempre sul Colle Palatino, con il progetto “GRABees - Il Miele di Roma”, sono state posizionate arnie da cui viene prodotto il miele “Ambrosia del Palatino”.
Aspettando la stagione adatta per l’impianto del vigneto, la produzione del “vino del Colosseo” era stata annunciata dalla stessa Russo a gennaio e rientra nel progetto “Parco Green”, ispirato alla “Green Economy”, e lanciato per ridurre l’impatto ambientale, conservare l’ecosistema e la biodiversità, con iniziative che vanno dal riciclo dei rifiuti alla realizzazione di progetti pilota di restauro ecosostenibile, dalla raccolta delle piante e dei frutti spontanei del Parco alla messa a dimora di essenze antiche e rinascimentali legate alla sua storia, passando per la collaborazione con il Servizio Educazione Didattica e Formazione per progetti di educazione alla Green Economy per visitatori di tutte le età. Il Parco, infatti, non è solo un sito archeologico comprendente oltre al Colosseo e al Palatino, il Foro Romano, l’Arco di Costantino e la Domus Area, per citare solo alcune delle meraviglie di Roma e della storia dell’umanità, ma anche una grande area verde che si estende per più di 40 ettari (considerando solo il territorio del Foro Romano e del Palatino) nel cuore di Roma. Un “parco naturale” in cui la vegetazione spontanea, tipica dell’area mediterranea, convive con i grandi alberi piantati negli ultimi secoli, allo scopo di far rivivere lo spirito dei giardini imperiali e dei rinascimentali Horti Farnesiani che, in fasi successive, hanno abbellito la sommità dell’antico colle, e che è stato scelto come habitat da una nutrita fauna di piccoli mammiferi, rettili, insetti e uccelli.

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