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BENVENUTO BRUNELLO 2019

Nel valore e nel prezzo dei grandi vini del mondo, la differenza la fanno “la storia e le storie”

I grandi rossi di Francia esportati a 9 euro al litro, quelli d’Italia a 5 (Nomisma). Ma il divario non è nella qualità, ma nella creazione di valore

Nell’eterno duello enoico tra Francia e Italia, se per qualità, ormai, a detta di molti, è una lotta alla pari, nei valori, certificano i numeri, il Belpaese è ancora molto indietro, anche, o soprattutto, nei suoi vini più importanti, rispetto ai grandi nomi di Francia. Una differenza che sta, in gran parte, nella storia, e nelle storie, che i francesi, come noto, sanno raccontare molto meglio degli italiani, che, peraltro, hanno iniziato a farlo, aspetto non da poco, con qualche secolo di ritardo. È il messaggio di sintesi del convegno “Super Vini e Super Prezzi - Il Brunello e i Francesi” che, moderato da Luciano Ferraro (caporedattore del quotidiano “Corriere della Sera”) ha aperto l’edizione n. 27 di Benvenuto Brunello (fino al 18 febbraio a Montalcino), con il debutto del Brunello di Montalcino 2014 e della Riserva 2013, e l’assegnazione del rating alla vendemmia 2018 - che dovrebbe essere valutata con 4 stelle su 5, ndr - domani, sancito dalla tradizionale “formella” celebrativa, realizzata quest’anno da uno degli sportivi italiani più famosi nel mondo, Alex Zanardi. I dati, in fondo, parlano chiaro: se sui vini rossi in genere il valore dei prezzi medi all’export è di 4,65 euro al litro per l’Italia, contro i 6,09 euro al litro della Francia, nei rossi Dop il divario si alza ancora di più, con i francesi a quota 9,14 euro al litro, e gli italiani a 5,52 euro al litro. Ed il confronto tra le Regioni più importanti dei due Paesi è ancora più duro: i grandi rossi di Borgogna sono venduti, in media, a 25,5 euro al litro, quelli di Bordeaux (che ha una produzione molto più grande) a 12,05 euro. Il Piemonte, prima Regione italiana in questo senso, esporta a 9,12 euro al litro, la Toscana a 6,89, il Veneto a 5,75. Certo, sono quotazioni su cui pesano, nel caso dei francesi, i prezzi stellari espressi dai vini delle cantine e dei marchi più importanti, poche bottiglie, ma vendute a migliaia di euro, ma è indiscutibile che i vini transalpini siano, mediamente, posizionati a livelli più alti.
“D’altra parte, in Francia la produzione di vino di qualità ha una storia plurisecolare, e c’è una struttura diversa”, ha sottolineato Jerome Gautheret, corrispondente dall’Italia per “Le Monde”, e produttore in Borgogna con l’azienda di famiglia, Maison Louis Latour.
“Da noi ci sono poche zone che producono grandi vini, ed è sempre stato un mercato “nazionale”, mentre in Italia si è sempre prodotto vino ovunque, ed il mercato interno è molto più legato alle produzioni territoriali. E poi, lo Champagne è stato il vino dei re francesi, Bordeaux della nobiltà inglese. Questo per dire che nei secoli si sono create le condizioni perché si sviluppasse un mercato di alto livello. Ma anche nella produzione si è puntato da subito sulla qualità, come racconta l’editto del Duca di Borgogna che, nel 1394, impose di espiantare il Gamay, perché produceva troppo vino, e di piantare il Pinot Nero. Già si pensò a creare una produzione limitata nei numeri, e migliore in qualità. Non di meno, oggi, però, se la Francia sui valori è più avanti - ha commentato Gautheret a WineNews - l’Italia oggi corre più veloce”.
In effetti, è un dato che, al di là di pochissime cantine pionieristiche, la produzione di vino nell’ottica della qualità, più che della quantità, in Italia, è storia recente, che parte dalla metà del Novecento quando iniziarono a nascere le denominazioni. Eppure, “anche in Italia, alla fine del Quattrocento, Leonardo Da Vinci sosteneva, in una lettera, che si doveva produrre meno vino ma più buono, ma non è stato ascoltato - ha raccontato Federico Quaranta, voce storica di Dencater, su Radio2, e oggi volto della seguitissima LineaVerde, su Rai1 - da noi per capirlo si è aspettato il metanolo. Però se togliamo i grandissimi vini, con il glamour di Bordeaux, Borgogna e Champagne che non si discutono, l’Italia è più forte. Certo, i francesi lavorano bene sui loro valori e sulle loro storie, noi dobbiamo imparare a farlo meglio. Consapevoli che, se giochiamo sul loro stesso campo, perdiamo, dobbiamo trovare altre strade. La storia, e le storie, sono fondamentali, anche se non sono millenarie. E di storie, anche popolari, ma che piacciono a chi le ascolta, ne abbiamo tante: tiriamole fuori, abbiamo più storie dei francesi, raccontiamole. Poi il vino nel calice traduce queste storie in sensazioni. Serve cultura, un produttore di vino senza cultura è un produttore morto”.
Anche perché, in fondo “sono la storia e le storie, e come vengono raccontate, a far sì che una bottiglia di grande vino si venda a 50 o 500 euro, non di certo il costo di produzione” ha aggiunto Giampiero Bertolini, ad della Tenuta Greppo Biondi Santi, la cantina che è stata la “culla del Brunello”, oggi di proprietà del gruppo francese Epi. “Biondi Santi è un’icona - ha sottolineato Bertolini - una delle eccezioni che ci deve far veder al futuro con positività: ha dei prezzi che in Italia sono una rarità, anche se non siamo ai livelli di Bordeaux e Borgogna. Che però ci devono ispirare. C’è una prateria da prendere, ma si deve capire come. In Italia abbiamo un problema di mentalità nel vino, siamo troppo legati alla terra in sé, al costo effettivo della bottiglia, ma non alla creazione di valore. Se non facciamo come hanno fatto i francesi per anni, nel passato, difficilmente potremo costruire i prezzi che ci competono, come a Montalcino, sul mercato mondiale. La qualità dei vini è indiscussa, ma non siamo capaci di creare quel differenziale di valore che sarebbe legittimo. Le aziende si fanno crescere con il valore delle singole bottiglie, non con il numero delle bottiglie. Che non vuol dire produrre poco a prescindere, ma produrre in relazione a ciò che uno può vendere. A Bordeaux vendono tantissime bottiglie a prezzi alti, perché hanno costruito le condizioni di mercato per farlo. Oggi in Biondi Santi lavoriamo sulla qualità, che è già alta, ma dobbiamo crescere ancora, non si può mai sedersi sugli allori, ma anche sulla distribuzione da ristabilire sui mercati mondiali, per ricreare questa tensione sui prezzi, che deve tenere alto il valore. Dopo la vendemmia 2010 il Brunello ha vissuto un momento magico nel mondo, i valori dei terreni lo dicono (oggi le stime di WineNews parlano di 750.000 euro ad ettaro, con punte di 900.000), ma dobbiamo saperci gestire, gestire i prezzi del vino, non vendere a tutti i costi. Il prossimo anno, l’uscita della vendemmia 2015, che è stata straordinaria, potrà essere un momento per fare un salto in avanti sui valori, sia come Biondi Santi che come territorio in generale, ma a patto di creare le condizioni di mercato per farlo. Magari muovendoci insieme, creando un riferimento di prezzo, cosa che è difficile fare se i prezzi del Brunello oscillano dai 15 euro a centinaia di euro a bottiglia”.
D’altra parte, come ha ricordato l’enologo di Chateau Giscours Chateau du Tertre, Lorenzo Pasquini, “si deve fare gruppo: Bordeaux tiene prezzi alti su tante bottiglie perché c’è una logica di squadra. I Grand Cru si muovo insieme, il marchio è fortissimo: così devono lavorare i grandi territori del vino”.

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