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BOLLICINE DI MONTAGNA

Oltre le mode, punta di diamante dell’enologia trentina: il futuro del TrentoDoc secondo Ferrari

Mantenere alto il successo, puntando sulla sua storia e la forte identità, aumentando sostenibilità e ricerca, valutando la creazione di un consorzio

Un’identità territoriale unica al mondo, con una storia secolare a supporto; vigne che toccano i 700 metri in una Regione che, anche forte del suo importante istituto di ricerca, la Fondazione Mach di San Michele all’Adige, e grazie alla sensibilità dei produttori, sta puntando molto sul rispetto dell’ambiente e sulla sostenibilità agricola; grande coesione fra i produttori insieme all’Istituto TrentoDoc, che ne cura la tutela e la promozione. Il TrentoDoc, la famosa bollicina di montagna italiana (sempre più riconosciuta anche nel mondo) sta riscuotendo grande successo, ma c’è ancora ampio spazio di manovra: lavorare sul riconoscimento del marchio da parte del consumatore, tenere costantemente d’occhio l’innovazione senza dimenticare le risposte del passato, diffondere in modo più capillare l’educazione all’ambiente, sostenere l’idea di rosato come vino di prima classe. Ma soprattutto continuare a perseguire l’immagine del metodo classico trentino come spumante di alta gamma, al pari dello Champagne, seppur di nicchia. È fortemente consapevole del passato e con uno sguardo positivo sul futuro l’idea che Matteo Lunelli, amministratore delegato di Ferrari, ha in merito alla crescente affermazione sul mercato della bollicina trentina, raccontata a WineNews a VillaMargon, nel lancio del Giulio Ferrari Rosé.
Il TrentoDoc sta, infatti, andando molto bene: secondo l’Osservatorio dell’Istituto TrentoDoc, il fatturato nel 2017 ha superato i 100 milioni di euro (+14% sul 2016), con una produzione di circa 9 milioni di bottiglie (+11% sul 2016). Sia Cantina Ferrari che gli altri produttori stanno avendo un ottimo trend di crescita. E le cantine sono vuote. “Io penso che questo non sia casuale: il consumatore cerca bollicine di qualità in Italia e anche all’estero il TrentoDoc viene riconosciuto sempre di più come alternativa allo Champagne. È una piccola nicchia e lo saremo sempre (sono pochissime le bottiglie di TrentoDoc rispetto alla produzione di Champagne), ma abbiamo un’identità forte: siamo espressione di una viticoltura di montagna del Trentino, che è unica, e questo dà alle nostre bollicine uno stile, una personalità molto specifiche e particolari. In più abbiamo oltre un secolo di storia, che risale ai primi passi di Giulio Ferrari (1902); insomma, non ci sono così tante altre Regioni che possono vantare un’identità così forte e una storia ultra centenaria. Questo, in aggiunta ad un mercato che cresce perché le bollicine sono il vino più moderno, più in linea con quello che il consumatore oggi vuole: bere vino insieme, nella socialità, in coppia o fra amici e in questi contesti le bollicine sono ideali, anche perché si abbinano in modo perfetto alla richiesta di cibi sempre più leggeri, più delicati, dai sapori più nitidi. Sono ottimista: questo trend di crescita continuerà e c’è molto spazio”.
L’aumento di richiesta di bolle aiuta il successo del TrentoDoc, ma quanto influisce anche il crescente interesse verso il rosato? “La famiglia Lunelli ama il rosé, non solo per seguire le mode perché prima di uscire con un prodotto nuovo ci sono anni di sperimentazione che precedono la produzione e il successivo lancio. Da anni combattiamo l’idea che il rosato sia un vino di secondo livello, anche perché per un enologo è una grande sfida, soprattutto la versione metodo classico, perché la presenza di tannini nella rifermentazione in bottiglia può portare la sviluppare sentori amaricanti. Creare uno spumante che mantenga un giusto equilibrio, resistenza del colore nel tempo, di eleganza e raffinatezza è una sfida spesso ancora più ardua che fare un blanc de blanc. Lo Chardonnay resta il nostro vitigno, lo è da oltre un secolo, ma da più di 40 anni è iniziata questa passione per il Pinot Nero”. Passione che quindi non ha nulla a che fare con questo trend rosa: “C’è questo fenomeno molto particolare di esplosione dei rosati, soprattutto nel sud della Francia, che poi ha coinvolto anche tante altre regioni e che ha portato in alcuni mercati a superare il consumo dei bianchi. Questo elemento non si può trascurare. A dire il vero noi non siamo molto bravi a seguire le mode, perché abbiamo dei tempi molto lunghi, soprattutto nel metodo classico, ma sui vini fermi abbiamo fatto e stiamo facendo qualche ragionamento, ma lo produrremo solo quando avremo individuato un vino che valga la pensa di essere presentato, in linea con il nostro stile”.
Come TrentoDoc cosa si può ancora fare? Ci sono delle osservazioni che si possono fare all’attuale sistema? “Bisogna continuare a lavorare sulla qualità, con la diffusa consapevolezza che il TrentoDoc dev’essere la punta di diamante dell’enologia trentina, che si posiziona nell’alta gamma di mercato, in una nicchia, lasciando la fascia bassa di prezzo al Prosecco che la domina. Costruire riconoscibilità del TrentoDoc come prodotto: vogliamo che il consumatore inizi a chiedere TrentoDoc come nome quando vuole avere una bollicina metodo classico trentina. Enfatizzare le caratteristiche di questo vino, che sono la finezza, la freschezza, l’eleganza, data anche dalla longevità e dalla sua origine montana. Anche il lancio di Giulio Ferrari Rosé va in questa direzione: creare prodotti sempre più prestigiosi per alzare sempre di più il posizionamento della TrentoDoc. Per ora questa è stata la priorità. Forse si è creata un po’ di confusione: Trento e Doc, attaccato, staccato...specialmente all’estero non è così ovvio perché “doc” è più dottore che denominazione. Quindi qualche limite può averlo, ma sono decisioni che avvengono in modo corale. Invece auspico che sia sempre più forte l’unione fra i produttori, ma già il team è affiatato e c’è molta coesione e condivisioni di valori fra i membri dell’istituto. Forse sarebbe positivo pensare alla costruzione di un consorzio ad hoc, ma si sta lavorando bene anche nell’attuale conformazione che vede la presenza di un Istituto TrentoDoc che lavora a stretto contatto con il Consorzio Vini del Trentino, che, unendo tutte le varie denominazioni, ha il vantaggio di avere uno sguardo d’insieme su tutta la produzione trentina. Detto questo, la possibilità va certamente approfondita”.
Sono ormai 1000 gli ettari di vigneto bio in Trentino a cui Cantina Ferrari contribuisce con i suoi 100 ettari di proprietà e i circa 350 dei conferenti (il 70% dei totali 500 ettari, che seguono un “protocollo di viticoltura di montagna sostenibile”). La gestione biologica a queste altitudini (e latitudini) non è semplice, “ma si può fare, oggi ne siamo convinti. Ci crediamo molto e fa parte della nostra responsabilità sociale. La nostra scelta di fare bio è stata dettata anche dalla volontà di dare un esempio e dimostrare che è una direzione possibile. Noi stessi negli anni ‘90 non ne eravamo convinti. Siamo partiti con delle sperimentazioni, anche in biodinamica, e ora, piano piano stiamo portando verso una gestione sostenibile anche i nostri conferenti. Certo, richiede un po’ più di lavoro, più tempestività, la ripetizione di alcuni trattamenti se il tempo non è clemente, ma è un obiettivo importante nel lungo periodo: per conciliare la necessità di ottenere uve di eccellenza con la volontà di tutelare e preservare il territorio e la salute di chi vive e lavora in campagna. Forse una produzione biologica al 100% in Trentino non sarà possibile: ci sono tantissimi viticoltori, tantissimi appezzamenti, ma l’attenzione è fortissima e diffusa su tutto il territorio”.
La costituzione di un biodistretto a Trento ne è effettivamente un esempio. Ma la sostenibilità parla più lingue: non c’è solo la strada del biologico, c’è anche quella legata alla ricerca genetica che lavora sulla creazione di vitigni resistenti. “Noi siamo sempre aperti alla ricerca. La tradizione è importante ma l’innovazione va costantemente tenuta d’occhio in ogni aspetto, anche nelle scelte di allevamento dei vigneti, ad esempio. Ogni anno dobbiamo puntare a fare le cose meglio ci come le facevamo prima, ma allo stesso tempo dobbiamo sempre essere molto rispettosi del bagaglio di esperienza che il passato ci ha dato. La ricerca sui vitigni resistenti è importante nella misura in cui ci permettere di rendere ancora più sostenibile la nostra viticoltura. C’è tutto un tema di ricerca legata alle altitudini a cui ci stiamo spingendo a causa del cambiamento climatico: coltiviamo sempre più in alto, fino a 700 metri di altitudine, continuando ad ottenere risultati eccellenti, ma questo perché è cambiata la viticoltura di oggi rispetto a quella che si faceva un secolo fa, ai tempi di Giulio Ferrari. Abbiamo noi stessi partecipato al progetto Winegraft, la società che insieme ad Attilio Scienza fa ricerca sui portainnesti che migliorano la capacità di autodifesa della vite. Insomma, sono tutti percorsi di ricerca che bisogna intraprendere e, come azienda leader, abbiano il dovere di esserne parte”.

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