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VISIONI DI FUTURO

Oscar Farinetti: “il vino italiano si racconti come bio, come pulito: dobbiamo farlo per primi”

Wine2Wine: la comunicazione e l’importanza di riscoprire “l’arte perduta del saper ascoltare”
COMUNICAZIONE, OSCAR FARINETTI, vino, WINE2WINE, Italia
A Verona, Oscar Farinetti sul palco di Wine2Wine

“Dobbiamo diventare il primo Paese produttore di vino totalmente bio, e raccontarlo, e raccontarlo come “pulito”, perchè abbiamo le condizioni climatiche e la protezione del Mediterraneo e delle Alpi che ci consentono di farlo”, dice Oscar Farinetti, imprenditore, produttore di vino, scrittore e sognatore. “Ma non possiamo farlo, perchè per farlo vanno cambiate le regole dei Consorzi, i protocolli, i disciplinari”, rispose Attilio Scienza, decano della viticoltura, docente all’Università di Milano e presidente del Comitato Nazionale Vini, che sovrintende alle modifiche dei disciplinari. “Ed allora cambiamo le regole, i protocolli, il modo lo troviamo, se c’è la volontà: le innovazioni nella storia sono sempre state avversate, addirittura la scrittura, che non piaceva ad un grande come Socrate. Ma sono quelle che hanno fatto progredire il mondo”. Un dialogo, un piccolo “simposio” improvvisato da due personalità influenti e nei loro diversi campi autorevoli, che, a suo modo, sintetizza, in maniera plastica, il dibattito interno alla filiera sul suo futuro. Compreso quello della comunicazione del vino, che, come ha detto Farinetti, “crea quel valore immateriale, che fa vendere il vino meglio, creando più valore e anche le condizioni perchè la filiera, a partire dal viticoltore, sia remunerata meglio”. Riflessione che arriva in coda al panel di Wine2Wine, il business forum by Vinitaly, che ha visto Oscar Farinetti, fondatore di Eataly e da tempo produttore con Fontanafredda, capofila di un gruppo mette insieme diverse realtà in tanti territori importanti del vino (dalla stessa Fontanafredda e Borgogno, nelle Langhe, a Le Vigne di Zamò, in Friuli, passando per le Cantine del Castello di Santa Vittoria, nel Roero, San Romano, nel territorio di Dogliani, Brandini a La Morra, e Serafini & Vidotto, in Veneto, ed ancora da Il Colombaio di Cencio nel Chianti classico e da Palmento Carranco, in joint venture con Tornatore, sull’Etna), dal titolo indicativo: “l’arte perduta del saper ascoltare”.
“È un tema che va molto al di là del vino. Siamo in una forma di “nuovo umanesimo” strano, che non mette al centro l’uomo, ma l’“io”, il “me stesso”, tutti parlano di sé. Se fate attenzione ad un dialogo tra due persone - ha detto Farinetti - uno racconta all’altro il suo problema, l’altro finge di ascoltarlo, e poi racconta il suo problema a sua volta. La parola più pronunciata, soprattutto in Italia, è “io”. Tutti parlano di sé, e nessuno ascolta i problemi degli altri, perchè, al centro abbiamo noi stessi. È la nostra interpretazione dei social, intesi come strumento per parlare di noi stessi. A ognuno piace da morire far sapere al mondo cosa ha fatto oggi, cosa ha mangiato, dove andrà. Avviene in politica, e poi lo facciamo noi tutti, a caduta”. Cosa c’entra con la comunicazione del vino? “C’entra e come - ha detto Farinetti, a WineNews - perchè se ognuno parla di se stesso, e non ci raccontiamo insieme, non si va da nessuna parte. Ascoltare - ha proseguito il suo racconto Farinetti - è importante. A Fontanafredda abbiamo creato il “Bosco dei Pensieri”, dove le persone possono entrare e “ascoltarsi”, attraverso 12 tappe, ognuna dedicata ad un valore, con tabelloni dove si affrontano certi temi, da “Cogito ergo sum” in poi, è un percorso che dura un’oretta. Ed è uno dei modi che ci siamo inventati per chiacchierare intorno al vino”. Vino che, secondo Farinetti, per chi ha “la fortuna di essere nato in Italia, che è fortuna, perchè nessuno sceglie dove nascere”, va raccontato “come bandiera, come la più grande identità agricola nazionale che abbiamo”.
E perchè è la migliore espressione dei territori, della biodiversità e degli italiani, che sono “figli dei figli dei figli di Giulio Cesare, di Lorenzo il Magnifico e di tanti personaggi “globali”, non “sovranisti”, che hanno cambiato il mondo, lo hanno fatto progredire. Noi italiani siamo bravissimi a produrre, abbiamo la miglior manifattura del mondo. Ma non siamo bravi a comunicare, e i francesi nel vino ci surclassano perchè oltre ad avere un prodotto di alta qualità sanno raccontarlo. Un esempio? In Francia, per un “castelletto da 4 soldi” ci sono 30 cartelli che ti ci portano, ci sono le infrastrutture, i parcheggi, tutto. A Moncalieri, in Piemonte, c’è un castello bellissimo della seconda parte del Seicento dei Savoia, restaurato benissimo, con tanta arte dentro, e l’unico cartello è quello di “controllo elettronico della velocità”. Noi abbiamo tanti divieti, tipico di un popolo pigro, è più facile. Per narrare la bellezza devi studiare, impegnarti, leggere. La pigrizia è una delle caratteristiche negative del nostro popolo. Invece siamo i primi produttori di vino al mondo, ma la prima cosa che dovremmo raccontare il terroir: si fa vino dovunque, con 1.200 varietà, mentre in Francia con 200 varietà è in cinque zone. Io sono arrivato tardi nel vino, vendevo elettrodomestici, ma sono nato in vendemmia, mia mamma era di Barolo e mio padre di Barbaresco, era destino. Ma sono partito in ritardo rispetto ad altri. Dovevo accelerare, e per farlo ho studiato, cosa che mi piace molto. Sui libri, ma anche sul campo, stando insieme ad agricoltori ed enologi. Come nel giorno in cui si decide quando fare vendemmia, quando il capo agronomo e capo enologo bisticciano su quando iniziare, perchè l’agricoltore vuole portare in cantina il risultato, l’enologo vuole il meglio dalle uve. E quello è un dialogo vero, dove si parla non del bene dell’agricoltore o dell’enologo, ma del bene del vino. Dobbiamo raccontare la biodiversità, e la filiera, perchè dietro ad ogni cosa c’è la filiera. Anche in quella della vita, che è fatta da sentimenti che diventano pensieri, che si trasformano in parole, che danno vita ad azioni, che diventano prodotti. Così come i prodotti in agricoltura che nascono dalle piante, con sono radici, fusto, rami, foglie, frutti. È così che nasce tutto. La filiera del cibo è la stessa: agricoltura, trasformazione, cucina, piatto”. E anche il vino che, secondo Farinetti, “è la bevanda più buona del mondo”, ed il cui mercato è destinato a crescere. “Oggi il mercato mondiale del vino vale 70/75 miliardi di euro, una fesseria, meno del fatturato della Coca Cola Company. Ma crescerà, arriveremo a 300 miliardi entro 40 anni, perchè 2/3 del mondo oggi non bevono vino, ma lo faranno. A Dubai abbiamo aperto il terzo store e ci hanno concesso di vendere il vino: è pieno, lo bevono gli arabi, perchè lo assaggiano e dicono che è buono. Oggi tra noi e la Francia di quei 75 miliardi ne fatturiamo 45. Ma loro fanno il doppio di noi, perchè sono più bravi a raccontarlo, portano a casa il prezzo medio doppio perchè una cosa raccontata bene la vendi meglio: non è fregare, è valore materiale. Per creare valore immateriale dobbiamo entrare nel mito, e per farlo serve creare identità, che è fondamentale. E noi, come Italia, dobbiamo darci l’identità del vino “pulito”, del bio, che sia biologico o biodinamico, perchè siamo nella latitudine migliore e nelle condizioni climatiche ideali per farlo. Nel mondo si dovrà pensare che bere vino italiano è più sano che bere quelli di altri Paesi. Immaginiamo questa cosa, in Italia il vino dovrà essere solo bio, obbligatorio in disciplinare. Ci arriveremo, ma se ci arriveremo dopo altri ci daremo degli stupidi. Serve identità, velocità di azione, e rispetto della filiera. Serve lo studio della storia e della tradizione, ma anche lo sforzo di creare ed innovare. Perchè come diceva Socrate, la vera sapienza è sapere di non sapere”.

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