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Panorama / Economy

Più grana per tutti, anche a New York ... “Tutti i consumatori devono poter acquistare cibi di qualità al giusto prezzo”. Parola di Oscar Farinetti, che porta la filosofia di Eataly nella Grande mela. Con un partner americano che ha investito 25 milioni di dollari... Il più grande bazar alimentare del mondo, dopo quello a cielo aperto di Istanbul”. Così Oscar Farinetti, 56 anni, tre figli, poliedrico imprenditore piemontese, fino al 2003 titolare della catena di distribuzione di elettrodomestici UniEuro (800 milioni di euro di fatturato, ceduta a un fondo inglese per oltre 130 milioni di euro) e principale finanziatore del progetto Eataly lanciato tre anni fa al Lingotto di Torino, in collaborazione con le Coop Piemonte, Liguria e Adriatica, definisce il più grande supermercato di New York di fine italian food, Eataly to go, che sarà inaugurato il 31 agosto. Un progetto unico nel suo genere, dedicato alle mille-e-uno tipicità agroalimentari della Penisola. “Eataly, ancorché essere l’espressione più autorevole del made in Italy nel mondo” dice Farinetti a Panorama Economy “è nata con l’intento di smentire l’assunto secondo il quale cibi e bevande di qualità sono a disposizione solo di una ristretta cerchia di privilegiati”. Era il gennaio del 2007 quando a Torino apriva il primo grande negozio Eataly, una crasi che prende la radice inglese del verbo “eat” e la coda di Italy. Mangiare italiano. Da allora di supermercati Farinetti ne ha aperti quattro in Italia e tre in Giappone, con più di un migliaio di addetti e un fatturato consolidato di 150 milioni di euro. Ora è la volta della Grande mela, la cui sede si trova al numero 200 della 5a Avenue, tra la 23a e la 24a strada, all’incrocio con Broadway, a un passo da Times square, l’ombelico del mondo. Cibo italiano, di alta qualità e al giusto prezzo. Solo retorica? “Tutt’altro” replica Farinetti. “Dico solo che, in quanto imprenditore e distributore che crede nel libero mercato e ritiene che tutti i consumatori debbano potere accedere ad avere cibi sani e di ottima qualità, sono dell’avviso che questi stessi prodotti debbano essere offerti a prezzi sostenibili. Ed è ciò che cerchiamo di fare con Eataly, instaurando in prima battuta contratti diretti con tutta una serie di produttori che ci garantiscono quanto di meglio e di buono sia a disposizione sul mercato, beneficiando così delle riduzioni di costi derivanti dall’eliminazione di passaggi intermedi della filiera tra produzione e distribuzione”. Parole intriganti per le orecchie del consumatore ormai provato dalla crisi economica worldwide. Parole dette da uno che di vendite se ne intende, avendo costruito passo dopo passo, tra gli anni Ottonta e Novanta, il successo della catena di distribuzione UniEuro, ceduta poi agli inglesi. Nel 1976 Oscar Farinetti ha 24 anni ed è ancora fresco di studi universitari (economia e commercio a Torino) quando viene chiamato dal padre Paolo - socialista e mitico comandante della Brigata Matteotti, liberatore di Alba, di cui poi sarà per anni vicesindaco - a lavorare nella rete di supermercati di proprietà UniEuro. Il suo compito è studiare nuovi servizi e opportunità di sviluppo da inserire nella catena. La scelta cade sugli elettrodomestici, in particolare le lavatrici, per le quali il giovane imprenditore conia un messaggio ad hoc (“La scatola magica dove mettere i vestiti sporchi per ritrarli sempre nuovi”) che colpisce l’immaginazione delle casalinghe delle Langhe. In realtà, a fare il successo di UniEuro è la politica dei prezzi scontati.
Pubblicità e prezzi contenuti, dunque. Esattamente come Farinetti ha voluto si facesse con Eataly. Solo che il cibo, soprattutto quello buono, fa anche immagine e dà un forte contributo alla cultura di un popolo. Ecco allora che “i nostri negozi diventano luoghi dove si fa anche integrazione puntando su tre fattori specifici: il mercato, la ristorazione, la didattica. In questo modo vendiamo cibi di fascia alta a prezzi sostenibili, spiegando la storia che c’è dietro quel prodotto, il territorio da dove arrivano le materie prime, come vengono lavorate e trasformate”. Un tema delicato, che proprio in America costituisce uno dei grandi problemi che l’Italia deve affrontare per combattere i falsi prodotti “italian sounding” che proliferano come funghi e colpiscono un po’ tutte le merceologie. “Per questo più del 70% dei prodotti in vendita da Eataly di New York arriveranno dall’Italia, mentre gli altri sono merci freschissime, di cui una buona metà arriva quotidianamente dalla Penisola e l’altra metà sarà prodotta da fattorie e agricoltori americani che lavorano secondo standard riconducibili all’agricoltura sostenibile italiana”. A vigilare non ci saranno solo gli italiani, ma anche i soci americani di Farinetti. Vale a dire i tre guru della cucina Usa Mario Batali, Lidia e Joe Bastianich e i fratelli Adam e Alex Saper, eredi di una ricca famiglia che opera nel campo medicale e “innamoratissimi e apostoli della cucina italiana” come li definisce Farinetti. Che nell’operazione Eataly New York hanno investito finora la bellezza di 25 milioni di dollari. Tutti sostenuti con mezzi propri. C’è da fidarsi.

7mila metri quadrati di gusto. Settecento etichette di vini, un centinaio quelle di olio extravergine d’oliva, formaggi tipici, dal più famoso parmigiano reggiano ai più venduti grana padano e pecorino romano. E poi prosciutti, carni, pesci, verdure e frutta di stagione. Tutto questo dal 31agosto sarà in vendita da Eataly to go di New York, il più grande supermercato di fine italian food fuori dall’Italia. Oltre 7 mila metri quadrati dedicati al cibo e alle bevande di qualità e tipicità, con annessi ristoranti classici per pranzi d’affari e cene di gala, nonché una dozzina di punti di ristoro dove degustare piatti territoriali oppure a tema. Il tutto condito dal savoir faire di Lidia e Joe Bastianich e Mario Batali, i tre guru italoamericani in cima alle classifiche della cucina trendy d’oltreoceano.

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