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Panorama / Economy

Ritorno in Eataly a gonfie vele ... Enogastronomia. Dopo i grandi successi internazionali, Oscar Farinetti investe ancora nel nostro Paese. Perché qui il cibo ha sempre un grande mercato... “In questo momento sto mangiando il culatello di Zibello di Massimo Pezzani e bevendo un vermuth Montanaro, che è fatto con 31 erbe. Roba galattica, buona da pazzi, che infatti è il mio orgasmo di oggi. Mi dica pure”. Oscar Farinetti, fondatore e presidente di Eataly, avrebbe in verità altri motivi di vertiginoso piacere, meno episodici del pur amabile cibo di qualità. La sua società, che raggruppa i marchi enogastronomici italiani, va a gonfie vele. In senso letterale, visto che sta per partire da Genova una regata, guidata da Giovanni Soldini e dallo stesso Farinetti, che approderà in quattro tappe a New York. È un evento che va oltre il marketing d’impresa, avendo l’ambizione di consegnare al console generale un documento “politico”: “Sette mosse per l’Italia”, cioè cosa fare (e come farlo) per raddrizzare le sorti del Belpaese. “E ci tengo a dire che noi proponiamo questi sette punti, ma siamo aperti ai suggerimenti della gente, che può intervenire e modificarli. Basta cliccare www.7mosse.it”.

La regata parte da Genova perché lì aprite il nuovo store?

Intanto, un particolare cronologico a cui tengo: partiamo il 25 aprile e contiamo di sbarcare il 2 giugno in America. Date non casuali: la festa della Liberazione e quella della Repubblica. Ciò detto, è verissimo: inauguriamo lo store di Genova, nella zona del Porto Antico. Nel 2011 e nel 2012 ci dedichiamo all’Italia.

Dopo il successo forse insperato di NewYork...

Magari speratissimo, ma inimmaginabile. Il New York Times ci ha messo nelle Top Five Destinations. Numeri incredibili: abbiamo 558 dipendenti per 20 mila ingressi quotidiani, con 3 mila persone che ogni giorno mangiano da noi. E c’è la coda, fuori, sulla Quinta strada”.

Un botto che faceva presagire una marcia trionfale nel mondo. Invece, puntate sull’Italia.

E con molta convinzione. Il 9 dicembre apriremo a Roma. Sarà immenso. Oltre 15 mila metri quadrati, 16 ristoranti interni, uno spazio scelto nel segno del recupero di edifici storici: l’Air Terminal della stazione Ostiense. Costruito da Fuente, uno dei padri del Postmodemo, è di una bellezza spaziale. Nel 2012 facciamo Milano e poi Bari. Torniamo all’estero nel 2013, dove ci interessano Chicago e Los Angeles, Londra e Berlino.

E il Giappone?

Ecco, il Giappone. Non solo non ce ne andiamo per il disastro ma i nostri quattro punti vendita, con 111 persone, diventeranno sette: ne apriamo altri tre a Tokyo.

Il biennio italiano sembra dire: made in Italy per l’Italy...

Bello. Ma vede, noi ci occupiamo del prodotto più importante, che entra nei corpi delle persone: il cibo. Eppure, la gente non ne ha cognizione. C’è un dato, autoesplicante: siamo il Paese della dieta mediterranea, con una cucina basata sui carboidrati, e sa quanti sono gli italiani che conoscono la differenza tra grano duro e grano tenero? Meno del 35%. Invece, più del 60% di loro sa cos’è l’Abs. C’è un certo spazio, direi.

Quanto conta di investire per colmare la lacuna e portare Eataly nelle città italiane?

22 milioni di euro. Facendo più di 700 nuove assunzioni.

Ma qui c’è ancora la crisi e una certa indolenza latina a cambiare. È preoccupato?

Per niente. Gli italiani sono intelligenti. E la vita è un film a lieto fine, perché alla fine si arriva sempre all’indirizzo giusto.


22 milioni di euro

È l’investimento per aprire quattro nuovi punti vendita in Italia. Eataly nel 2010 ha fatturato oltre 150 milioni di euro (+15%).

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