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Panorama

Vino, gli italiani lo fanno meglio. Quadruplicate in tre anni le esportazioni. E per la prima volta le etichette di casa nostra superano negli Usa quelle francesi ... L’occasione è stata un ricevimento organizzato a fine febbraio dall’ambasciata francese all’Onu. Si celebravano i vent’anni dell’associazione Medici senza frontiere. A tavola, non senza sorpresa, gli oltre 400 invitati si sono ritrovati a pasteggiare con verentino, pinot nero, rosso di Montepulciano e Chianti, tutti prodotti da case italiane. Niente più campanilismo a oltranza. L’invincibile armata dei bordeaux e dei bourgogne sconfitta pesantemente. E in casa per giunta. L’avvenimento è tutt’altro che casuale o sporadico. In America, il più grande mercato del mondo, nell’ultimo anno la quota dei vini da tavola italiani importati è balzata al 21 per cento, a quota 621 milioni di euro, superando per la prima volta nella storia la Francia. Un sorpasso epocale, anche se abbastanza prevedibile. Bastano alcune cifre: dal 1998 al 2001 le nostre esportazioni in tutto il pianeta si sono quasi quadruplicate in valore, passando da 700 a 2600 milioni di euro, con una quota di vini di qualità che supera ormai quello venduto sfuso. Un successo che parte negli anni Ottanta. “dal 1985, dopo lo scandalo del metanolo, in Italia c’è stata un’inversione di tendenza. Le nostre aziende hanno cominciato a puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità” spiega Maurizio Forte, responsabile del settore agroalimentare dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero. Inizia una nuova era: arrivano enologi di fama internazionale, si utilizzano tecniche all’avanguardia, le rese per ettaro diminuiscono. La varietà del clima e delle vigne fanno il resto. Alle fortunate sorti dei vini italiani concorre anch un altro fattore decisivo: l’ottimo rapporto tra qualità e prezzo. In un periodo all’insegna dell’austerità coem questo, una cosa che conta. Anche simbolicamente. A New York, per la prima cena ufficiale dopo l’11 settembre, è stato scelto il barbera d’Asti “Sogno del patriarca”, prodotto da Pier Giorgio Scrimaglio. Di qualità, ma accessibile a tutti. “Il vino ormai” aggiunge Forte “è diventato uno dei simboli del nostro Paese, come l’alta moda e la Ferrari. I turisti non fanno più solo shopping in via Monte Napoleone, ma vanno a Montalcino, per vedere dove nasce il Brunello”.
Un trionfo. Così adesso, da Torino a Trapani, i produttori italiani brindano ai loro successi. A Montalcino, in provincia di Siena, Tiziana, rampolla dei marchesi Frescobaldi, dice euforica: “La Francia in questo momento è una realtà meno attraente rispetto al passato. Ha fatto scuola, ma noi abbiamo imparato velocemente”. L’azienda di famiglia, che fa vino da 30 generazioni, lo dimostra: nel giro di cinque anni ha triplicato i fatturati e oggi produce quasi 10 milioni di bottiglie l’anno. Due terzi vanno all’estero: negli Stati Uniti, in Canada e in Europa principale. Ma anche in Asia e Giappone: paesi che, in prospettiva, garantiscono il maggiore margine di crescita. “In questo momento l’immagine della nostra regione è in forte ascesa: l’America ne ha fatto una sorta di mito enologico”. Ma non ci sono solo Toscana e Piemonte nel cuore degli stranieri. Dalla Sicilia, Alessia Planeta, 35 anni, che assieme al fratello e a una cugina gestisce l’azienda di famiglia, snocciola la sua teoria sul successo delle etiche isolane: “Abbiamo un piede nel vecchio mondo e uno in quello nuovo: la tradizione europea e il clima californiano”. Hanno investito molto e bene i giovani Planeta. “All’inizio abbiamo puntato sui vitigni internazionali, per acquistare credibilità. Adesso, raggiunto l’obiettivo, vogliamo fare crescere i nostri vini in tutto il mondo”.
A Menfi, nell’Agrigentino, si spesa soprattutto nell’Eloro, un nero d’Avola che, a suo dire “potrebbe diventare il grande rosso siciliano”. C’è da credergli, visti i successi dello chardonnay, per tre anni di seguito nella prestigiosa classifica di Wine Spectator.
Ma l’isola è grande e le teste sono tante. Prendi il conte Francesco Maurigi, 38 anni, palermitano, da sempre imprenditore agroalimentare: uno che dice chiaramente che a lui “il nero d’Avola non piace”. A Piazza Armerina, in provincia di Enna, terra senza alcuna tradizione vinicola, ha impiantato qualche anno fa solo vitigni internazionali. Una scommessa. Vinta: tutte le bottiglie prodotte dalla sua azienda, la Budonetto, esaurite in due mesi e il rosso Terre di Maria venduto a Londra anche a 80 sterline. Lui, con la erre arrotolata, spiega: “Io, senza nulla togliere a nessuno, faccio riferimento alla scuola francese. Per me i grandi maestri continuano a restare loro”.

Sua Maestà resta il Brunello

Così “Wine Spectator” sceglie i migliori del mondo
E’ il verdetto più atteso dal mondo dell’enologia internazionale. La rivista americana Wine Spectator, considerata la Bibbia del vino, anche quest’anno ha stilato la classifica delle cento migliori bottiglie del mondo. Per l’Italia, il 2002 è stato un trionfo: 21 etichette sono entrate nella prestigiosa graduatoria e tre nelle prime dieci. Tre brunelli per l’esattezza: il Castello Banfi al terzo posto, il Pian delle Vigne Antinori al settimo e il Castelgiocondo dei Marchesi de’ Frescobaldi all’ottavo. Enrico Viglierchio, direttore generale di Banfi, spiega così lo straordinario risultato ottenuto: “Abbiamo investito in passione, risorse finanziarie, ricerca e cantina. Ecco il segreto. Il brunello premiato, che produciamo in 400 mila bottiglie è il nostro orgoglio”. In totale sono sette le grandi firme che producono questo vino toscano, incoronate da Wine Spectator, cui non è sfuggita la straordinaria annata del 1997; una delle migliori vendemmie del secolo.
Al primo posto, invece, un francese: lo Chateauneuf-du-Pape del 1999, di Guigal. Ma negli ultimi due anni a trionfare erano stati due italiani: il Solaia e l’Ornellaia, rossi preparati nelle aziende dei fratelli Antinori.
La classifica valuta le bottiglie in base a quattro criteri: qualità, prezzo, produzione e un fattore x, che viene chiamato “exctiment”.
I degustatori americani della rivista, per compilare la superclassifica, hanno assaggiato bendati più di 11 mila vini. Nel cento, resta ancora massiccia la presenza dei cabernet sauvignon californiani. Un vitigno che piace molto agli americani e che, in ogni edizione, non manca mai di affollare il rinomato elenco.

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