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Panorama

Storie di vino - Vent’anni da bere. Elogio di nettare dell’84 ... Per scrivere sull’azienda di Angelo Gaja sono sceso in cantina attingendo ai ricordi. Anni fa il crollo di uno scaffale produsse la rovinosa rottura di molte bottiglie. Il vino fuoriuscito ne bagnò altre e una piccola collezione assunse un aspetto antiquario, con etichette corrose e illeggibili. Ho preso dunque una bottiglia di Gaja accarezzandone le insegne con la cautela di un archeologo e ho letto: Cabernet Sauvignon 1984. Era una bottiglia di Darmagi (ho visto in carta nel ristorante di un grande albergo romano un’annata recente a oltre 300 euro). L’ho aperta: tappo perfetto, profumo fantastico, sapore austero di un genio risvegliato da un sonno ormai ventennale.
La verità è che Gaja non sbaglia un colpo. La data di questa bottiglia mi riporta col ricordo agli anni del metanolo. Ricordo i grandi produttori piemontesi, intorno al tavolo di Giovanni Goria. Sembravano rassegnati all’estinzione e invece da lì nacque la grande riscossa della qualità. Il Sorì Tildin, ricordato qui dall’etichetta, è il miglior Barbaresco che abbia mai assaggiato, con la potenza dinamica e la grazia di un colonna ionica, là dove al Barolo resta le solennità delle colonne doriche.
Uscito dalle regole della denominazione classica, il Tildin resta ineguagliabile, ma ottima è la qualità anche dell’ultima annata in vendita del Barbaresco classico che Gaja ha rilanciato in tempi in cui sono pochi a potersi permettere prezzi d’affezione. Tra gli Chardonnay, resta memorabile il Gaja & Rey a me caro perché le donne di Porta a Porta le pretesero per festeggiare il nostro primo Telegatto.

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