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Panorama

Da oggi Tocai è un passato remoto ... Miti che scompaiono - L'ultima vendemmia del famoso bianco. Il vino del Nord-Est cambia nome, per una causa vinta dai produttori ungheresi. D’ora in poi si chiamerà Friulano. E l’addio si celebra con una grande festa... Cerimonia struggente come poche sulla spiaggia di Lignano (Udine), intorno alla mezzanotte, sotto la Terrazza a mare. Riconoscibile nella folla qualche vecio del luogo con il magone, gli occhi arrossati e la bocca impastata di sabbia per via della bora che si era alzata all’improvviso frustando il litorale, mentre le dieci selezionate miss, già calate a piedi nudi negli enormi tini di legno, continuavano eroiche al ritmo di musica dance a ballare e a pestare come furie quintali di uva. Mica uva qualunque, ma l’ultima autorizzata dalle leggi europee a chiamarsi Tocai. Erano gli stessi anziani che da una vita quando si affacciano al bar, quattro, cinque volte al giorno, non dicono “Dami un bianco” ma “Dammi un Tocai”, che per i degustatori friulani è da sempre sinonimo di bianco, il bianco per antonomasia. “E ora un minuto di silenzio, anzi no, di applausi per il nostro Tocai che se ne va”: quando l’intirizzito cerimoniere, Andro Merku, imitatore emergente della zona, lanciava il requiem con la voce di Oscar Luigi Scalfaro, dabbasso, nel marasma ventoso, la commozione toccava l’apice, voci rotte dal pianto, sfregiate dalla rena, invocazioni nella notte stellata: “No, il Tocai è nostro, il Tocai no’ se toca”. Mentre il mosto traboccava dai vasi allagando qualunque cosa intorno, il palco, la spiaggia, i piedi della gente. Gente del posto, assessori, curiosi, turisti, molti austriaci e tedeschi, birroinomani per vocazione ma ipnotizzati dalla scena e pronti a tifare per la causa, anche perché tra le dieci baccanti a pestare la più ossessa era Claudia Mitterdorfer, una loro connazionale reclutata anima e piedi alla causa del vinum loci.
Del diabolico Angelico Benvenuto, il fotografo che inventò a suo tempo li fortunato calendario delle casalinghe, l’idea di allestire un evento tra il funerale e la festa pagana per l’ultima vendemmia del Tocai, coinvolgendo prestigiose cantine locali come la tenuta di Angoris, Vigneti Pittaro e i Lorenzonetto, e rispolverando per l’occasione il rito della pigiatura, che da queste parti è tradizione secolare, oltre che attività tonificante per gambe e cuore come poche. Il che spiegherebbe, secondo alcune ricerche, il record di ultracentenarie in terra friulana. Maria Zuccoli, 107 anni, seconda donna più vecchia d’Italia, pigiatrice e bevitrice di Tocai, voleva partecipare al rito, ma i parenti al primo spiffero di bora l’hanno chiusa a chiave nel suo appartamento di Udine a fare l’uncinetto, così come Carmelina, l’altra centenaria della zona. “L’uva entra con il nome di Tocai e uscirà con quello di Friulano” annunciava con la voce di Margherita Hack l’ormai stremato cerimoniere. Non originalissimo il nuovo nome scelto dai consorzi locali, Friulano, ma almeno non suscettibile di accuse di plagio. Piaccia o no, dal prossimo 31 marzo, chiunque ti servirà un bianco spacciandolo per Tocai sarà di fatto un fuorilegge, passibile di multa. Vecchia storia e sconfitta che brucia. La sentenza della Corte europea di giustizia del Lussemburgo del 12 maggio 2005 dà definitivamente ragione agli ungheresi produttori dell’omonimo Tokaji, al fondo della querelle che dura da quasi un secolo a colpi di carta bollata. Ribaltata la sentenza del 1962 che respingeva il loro ricorso con la motivazione che “l’utilizzo documentato per lunghissimo periodo, pacifico e indisturbato, ha creato sia nei produttori italiani che in quelli ungheresi un vero e proprio diritto alla tutela reciproca della parola Tocai e/o Tokaji”. Dopo anni di quiete apparente, gli ungheresi sono tornati alla carica quando in molti paesi come l’emergente Slovacchia, per non dire dell’appetibilissimo mercato americano, l’etichetta Tocai ha cominciato a diffondersi come un falso d’autore su bianchi di misteriosa provenienza. Inutilmente i viticoltori friulani, che utilizzano da secoli la denominazione Tocai, hanno certificato il primato storico, dimostrando che il Tocai è un vitigno autoctono della zona del Collio goriziano coltivato da tempi antichi. Tra l’altro, la bolla originale del 1632, rinvenuta dai conti Formentini di Gorizia, contenente il patto dotale di una nobildonna locale, la contessa Aurora Fermenti, sposa del conte ungherese Adam Batthyany, comprendente 300 “vitti di toccai”. Impossibile tra l’altro confondere i due vini. Dal palato ma anche dall’analisi organolettica la differenza risulta totale. Quello friulano è un vino secco da pasto ottenuto in purezza dal vitigno omonimo, l’altro un vino liquoroso da dessert ottenuto da un assemblaggio di uve prodotte nella regione magiara di Tokaji. Hanno prevalso alla fine le norme internazionali sulla proprietà intellettuale del nome per cui in caso di omonimia tra l’indicazione geografica e la denominazione che riprende il vitigno, è la prima che vale. Trattasi per l’Italia del secondo grande smacco in campo vitivinicolo negli ultimi anni, dopo la sparizione della scritta Gallo nero dalle etichette di Chianti classico in seguito al la causa intentata e vinta dagli italo-americani fratelli Gallo. Non ancora quantificabile ma certamente ingente il danno economico per produttori e cooperative. Perderanno quote notevoli di mercato e dunque di reddito. Impresa omerica rilanciare un vino bianco che, avendo perso il nome, avrà probabilmente perso anche il suo destino. Pessimismo condiviso da un celebre friulano e bevitore di Tocai, Bruno Pizzul da Cormons (Gorizia), cuore mitteleuropeo del Collio, che esterna lutto ma anche stupore. “Non voglio entrare nel merito della contesa ma rivendico la mia parte di romantico sostenitore che ricorda ancora gli anziani ritrovarsi all’osteria con un mazzo di carte e il tajut di vino bianco”. E i loro figli che, fino a pochi anni fa, quando il loro Pizzul sganciava in telecronaca qualche sfondone di troppo, protestavano affettuosamente dalle osterie sotto casa: “Bruno, mole il Tocai”, che sarebbe a dire: “Bruno, non esagerare con il Tocai”.
“Immaginavo che la sentenza avrebbe scatenato da noi una mezza rivoluzione e un dissenso unanime” dice Pizzul “e invece registro una strana rassegnazione delle istituzioni politiche e dei produttori locali. Ho verificato di persona scene di giubilo alla trasformazione del nobile Tocai nell’anonimo Friulano, forse in vista dello stanziamento promesso di 15 milioni di euro per promuovere la nuova etichetta. Mi sembra un comportamento miope. Ho notizia di cooperative svizzere che hanno già disdetto importanti ordinazioni, perché quel bianco non lo vogliono senza il marchio Tocai e non mi sento di dargli torto. Peccato davvero, anche perché il chiasso mediatico di questi ultimi anni aveva giovato alla causa del Tocai, cresciuto di visibilità nelle carte dei vini di tutta Italia. Tra l’altro li paradosso è che solo in Friuli non si potrà più produrre Tocai friulano, in tutto il resto del mondo il divieto non vale”.
L’aggiramento è pronto sotto forma di acrostico. L’idea è dell’incorreggibile creativo, l’Angelico Benvenuto di cui sopra, che propone di brevettare il nome Terre Orientali Carnico Adriatico Italiane. “Combinate le cinque lettere iniziali e riavrete il vostro amato Tocai, altro che Friulano”.
Gli irriducibili intanto hanno presentato l’estremo ricorso presso la Corte europea. Speranze poche, quasi nessuna.

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