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Panorama

E la mela ci mangia ... A Manhattan, 7 mila mq di negozi e ristoranti con solo cibo italiano Gli americani impazziscono per il megastore del gusto made in Piemonte... Tra la 23ª e la 5ª strada, a Manhattan, si trova un palazzo di 15 piani, una volta chiamato “Toy building” perché vi si fabbricavano giocattoli. Oggi, sotto gli uffici della storica gioielleria Tiffany, c’è un ingresso a
vetri, con un enorme manifesto: “You are what you eat” (sei quello che mangi) che si apre sette giorni la settimana dalle 10 del mattino alle 11 della sera. Sulla destra, appena si entra, s’inanellano carrelli di vetro ricidato. Subito oltre, New York non esiste più. Si è inghiottiti nel magico paese dei balocchi del cibo italiano, 7 mila metri quadrati che si srotolano sotto insegne che raccontano, come in una favola a colori, l’arte gastronomica italiana e riproducono, come a Disney World o a Las Vegas, una cittadina nostrana. Ecco i mercati con le bancarelle variopinte di frutta e verdura, la piazza con la macelleria e prosciutti San Daniele così perfetti da sembrare trastulli, i commessi e i pizzaioli con facce da protagonisti di cartoni animati, la banca, l’incrocio con segnaletiche stradali da illustrazioni per bambini, l’edicola su schermo digitale, la libreria, i negozi di articoli casalinghi, i bar, il gelataio, la pasticceria con le golosità dei sogni più vividi, la paninoteca con panini alla mortadella e robiola, i sette ristoranti di verdure o di pesce o di carne o di crudo o di pasta o di pizza, con sedie in plastica Kartell. Quattro mesi dopo l’inaugurazione con clamore del 31 agosto, Eataly, mercato furbissimo voluto dal mercante di sogni Oscar Farinetti (nato in terra di Langa e predestinato dal nome a occuparsi di cibo), è diventato meta turistica come lo zoo di Central Park o un musical di Times square, meta di spesa per cene in casa con gastronomia italiana, meta di scolaresche in gita di studio dell’arte culinaria del Bel paese, meta per ogni connazionale informato con guide Slow food sottobraccio. «Amore, guarda: i Krumiri, il Mulino Bianco, anche i brigidini di Lamporecchio!» esdama Letizia Giagnoni, 32 anni, accento toscano, saltellante come una bambina al luna park. Accanto alla pizzeria con forno a legna Rossopomodoro, al ristorante La Pasta si cucina la sfoglia in diretta. Ragazze scattano fotografie. Francine Lon, 20 anni, spiega: “Siamo in gita scolastica. Stiamo imparando le basi della cucina italiana, prima di andare a Napoli per un viaggio di studio”. Ma Eataly è assurto anche a pellegrinaggio per viaggiatori piemontesi orgogliosi dei fornelli di casa: “Ho girato tutto il mondo, ma un posto così emozionante non l’ho mai visto” ha detto Sergio Marchionne. Perché la forza di Eataly è mischiare italianità tradizionale, nicchie d’agricoltura ecosolidale, la presunta superiorità dell’agricoltura piemontese, poi avvolgere tutto nel pacco regalo di una visionaria energia infantile. Non solo quella da Peter Pan di Farinetti, ma anche dei suoi tre soci-divi italoamericani. Uno ha la grossa mole di Mario Batali, dispensata da programmi televisivi e copertine di best-seller come l’ultimo, “Molto gusto”. Un’altra ha la pervicacia dell’ex profuga istriana Lidia Bastianich, diventata icona del cibo regionale a Manhattan. Il terzo ha l’olfatto per vini di Joe, figlio di Lidia, giurato del programma tv “Master chef”, l’“X Factor” dei cuochi. Davanti alla caffetteria sulla Quinta strada, un autista apre la portiera a un’elegante signora che scruta pile di pomodori pelati con le facce di italiani o italoamericani famosi: da Lady Gaga a Giuseppe Mazzini, a Roberto Benigni, a Nancy Pelosi. Maria Grazia Cucinotta sorride in foto al bar, dove camerieri ispanici servono espressi calcando cappellini del caffè Lavazza. In cartellone, Joe Bastianich pubblicizza un kit a 44 dollari e 80, ideale per maratoneti: pasta, olio di oliva e pornodorini di collina. Il gelataio offre 20 gusti: il latte arriva da Rochester, nello Stato di New York, le nocciole dalle Langhe piemontesi, il pistacchio da Bronte, Sicilia. “Guarda, la mappa delle paste italiane!” esclama al banco della pasticceria il cliente Nathan Jacobson. Infatti dietro il bancone, con baci di dama, tiramisù e pannecotte, c’è una cartina con golosotti da Biella, Piemonte; sbrisolona dalla Lombardia, budino di ricotta dal Lazio, cassata dalla Sicilia. In piazza, Salvatore, italoamericano di Agrigento, manipola mozzarelle con il latte americano. Alla panetteria, Paul e il romeno Ivan sfornano pane di farina americana macinata a pietra da Don Lewis, agricoltore “sostenibile” della Wild Hive farm di Clinton Comer, fuori New York, che ha imparato a macinare in Italia, in una delle comunità di Slow food. In un viottolo il brasiliano Felipe produce pasta fresca con farina e uova americane, sfogliatrice e tecnica imparata da Egidio Michelis di Mondovì, provincia di Cuneo. All’una arrivano i manager dalle banche vicine. Al bistrot Crudo e bollicine, David Pasternach, chef del ristorante di pesce Esca, propone alici, salmone bianco e selvaggio dell’Alaska, ostriche e spumante. Il ristorante di carne Manzo è il più formale. La carne qui la consegna Pat LaFrieda, terza generazione di una famiglia di macellai di New York. Cinque anni fa, con il cuneese Sergio Capaldo, ha cercato in Montana la razza piemontese, la migliore da servire cruda, perché magra. In un’ala dietro Manzo, Nick Coleman, 27 anni, grembiule azzurro e occhialini, spiega le qualità di 120 tipi di oli mai prima d’ora arrivati negli Stati Uniti. “Ho imparato a conoscerli ad Arezzo, dove ero ospite di una famiglia” spiega. All’ingresso della scuola, l’aula dove si tengono sei diversi corsi di cucina, tre signore chiedono informazioni sulle lezioni tenute da Lidia Bastianich, con prezzi che vanno dai 45 dollari per una singola ai 300 per un ciclo completo. Il lavoro, con 400 dipendenti di cui 60 italiani, non si ferma mai. Alle 23 chiudono i portoni e arrivano le squadre delle pulizie. Alle 2 s’inizia a fare il pane, alle 6 la pasta fresca mentre arriva il pesce. “Andiamo alla grande. È il momento di avere paura” dice Farinetti quando gli affari vanno bene. E qui funzionano: 8 mila clienti quotidiani, incassi da 140 a 200 mila dollari il giorno. Nei finesettimana devono fermare gli ingressi perché di gente non ce ne sta più. Spesso famosi cuochi italiani cucinano le proprie specialità. Al ristorante Manzo c’è stata una cena di gala con 11 piatti di 11 grandi cuochi, da Moreno Cedroni da Marzocca (Ancona) a Gennaro Esposito da Vico Equense. I produttori di Vinitaly fanno gustare i loro vini. L’enoteca, in un altro negozio accanto a Eataly perché a New York non si possono vendere cibi e vini insieme, offre 1.000 bottiglie. La più cara è un Barolo di Borgogna dei 1967 da 580 dollari. Dino Borri, 31 anni, da Bra, che inaugura i vari Eataly nel mondo, fa da guida al 15° piano, dove una grande terrazza s’affaccia sul Flatiron, il grattacielo a ferro da stiro, e sull’Empire State Building. Ospiterà la birreria di Eataly, rifornita da uno strano terzetto: Leonardo Di Vincenzo del Birrificio del Borgo di Borgorose, Rieti, l’italoamericano Sam Calagione del Delaware e il birraio delle Langhe Teo Musso. “Non chiediamoci che cosa vorrà il cliente, ma che cosa pretenderà il futuro” dice Oscar Farinetti. Lui è già al dicembre 2011, quando aprirà il più grande Eataly del mondo: 14.540 metri quadrati all’Air terminal della stazione Ostiense costruito per i Mondiali del 1990 poi abbandonato.


Numeri da record tricolore

Incasso quotidiano: Eataly New York registra da 140 a 200 mila dollari al giorno.

8 mila persone la media degli ingressi ogni giorno.

Media dei coperti serviti ogni giorno nei sette ristoranti: 2.700.

Cifra spesa in media da ogni cliente: scontrino $ 28, conto nei ristoranti $ 32.

Il prodotto più richiesto: mozzarelle fatte in casa da Eataly New York. Mozzarelle vendute in media ogni giorno: 300.

Focaccia prodotta nella panetteria interna e venduta ogni giorno: 400-500 pezzi.

Vendute per l’asporto o il servizio ai tavoli nelle due pizzerie interne a Eataly New York: 500 pizze al giorno in media.

Gelati da asporto venduti ogni giorno: tra coppe e coni, 800 pezzi. Costo dei gelati: un gusto 3,90 $
tre gusti 5,90 $.

Venduti ogni giorno nei due bar interni a Eataly: 1.500 caffè di vario tipo.

5 i pizzaioli napoletani.

Numero di pacchi di pasta venduti in media al giorno: 650.

Numero di bottiglie nella vineria: 1.000 etichette da varie regioni d’Italia.

Provenienza dei prodotti venduti: la maggioranza dall’Italia, i freschi da tutta l’America.

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