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Panorama

5 Terre e una festa ... Che quella dello Sciachetrà (con una c, anche se ormai è quasi sempre scritto con due) sia una vita difficile, lo sanno bene gli abitanti delle Cinque Terre: da secoli vendemmiano con grande fatica le uve di questo vino su un territorio duro, fatto di strette balze (terrazze) a picco sul mare. Che regalano un nettare ancora poco conosciuto, grazie a vendemmia e metodi di lavorazione che non lasciano spazio a meccanizzazione e, di conseguenza, a grandi numeri. Questo passito, il cui nome trae origine dal termine dialettale “sciacàa” (schiacciare, pigiare l’uva) e “trai” (lascia, lascia appassire), viene prodotto in piccole quantità da uve bosco, la cui buccia è più resistente e si presta meglio al trattamento, albarola e vermentino. Ha ottenuto la doc solo nel 1973 e da quest’anno è anche il protagonista, a Monterosso, di Re Sciachetrà, il primo festival internazionale del passito delle Cinque Terre: Ire giorni, dal 30 agosto all’i settembre, dedicati a questo vino e ai suoi cinque terroir. La produzione complessiva di Sciachetrà non supera le 50 mila bottiglie (da 50 cl) anche perché il Parco naturale delle Cinque Terre, il territorio citato dal disciplinare per la sua produzione, si estende per 3806 ettari, di cui solo 100 a vigneto, tra Punta Mesco e Campiglia Tramonti, estremità orientale già nel comune della Spezia. Piccoli numeri ma grande qualità. Che trova conferma nello Sciachetrà Forlini Cappellini, storica azienda che da oltre vent’anni produce ottimo passito in 1 ettaro di vigna sopra Riomaggiore. Sulle balze affacciate sul mare di Monterosso nasce invece lo Sciachetrà Buranco (bosco 80 per cento, vermentino 15 e albarola 5), eccellenza dell’enogastronomia italiana, il cui gusto cremoso e fruttato (albicocca e agrumi) è stato apprezzato anche dal palato di Barack Obama

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