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Panorama

Viterbo, passato e futuro ... Le radici in bottiglia... La ricetta vincente? Vini autoctoni con qualche varietà internazionale. Gira il mondo, dagli Stati Uniti alla Francia, a Israele per seguire, da consulente, 80 aziende vinicole, dalla progettazione all’imbottigliamento. Ma il re degli enologi
Cotarella, 66 anni, demiurgo dei vitigni di D’Alema e Bruno Vespa, non si sradica certo
dalla Tuscia, dov’è nato e dove, in tempi ancora non affetti dalla fascinazione modaiola per i calici, ha creduto nei vitigni locali. Insegna alla facoltà di Agraria dell’Università della Tuscia e, soprattutto, ha fondato nel 1979, con 100 ettari di vitigni autoctoni arricchiti da varietà internazionali, il primo ramo della sua azienda, Falesco. Dove ogni anno 25 suoi studenti seguono uno stage. La Falesco, che dal 2004 si è arricchita di una mega azienda umbra, produce 3 milioni di bottiglie l’anno, per un fatturato di 10 milioni (il 60 per cento da esportazione). Cotarella è una star, con una sfilza di titoli e riconoscimenti tra cui spicca la presidenza del comitato scientifico per l’allestimento del padiglione del vino italiano di Expo 2015. Cotarella vorrebbe vedere più eccellenze nel Viterbese e intanto punta alle sfide di Giappone (vicino a Sapporo in primavera ci sarà la prima produzione) e Inghilterra, dove produrrà champagne a sud di Londra. Ma è più fiero ancora dei progetti no profit: tra Betlemme e Gerusalemme, nei Territori palestinesi, segue la cantina Cremisan, retta dai salesiani. E in Italia si dedica anche all’azienda vitivinicola di San Patrignano, aiutando i ragazzi in terapia a costruirsi un futuro come agronomi ed enologi.

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