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PUNTO DI VISTA

Petrini: “sovranità alimentare vuol dire pianificazione e indipendenza dalle decisioni degli altri”

La guerra in Ucraina riporta in primo piano un tema caro al fondatore Slow Food, che riguarda economia ed energia: “ma obiettivo non è autarchia”
AGRICOLTURA, CARLO PETRINI, GRANO, Guerra, SOVRANITA ALIMENTARE, UCRAINA, Non Solo Vino
Il fondatore Slow Food, Carlo Petrini

Le ricadute della mancata esportazione del grano ucraino a causa della guerra non si ripercuotono solo a casa nostra, ma in maniera molto, molto più forte in Africa, in paesi come il Libano, che ne è particolarmente dipendente. Per noi c’è un riflesso indubbio, ma va sottolineato che il discorso fondamentale della sovranità alimentare, nella sostanza, non è passato in molte parti del mondo, compresa la nostra Italia”. A dirlo Carlo Petrini, fondatore di Solw Food e dell’Università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo, che in un’intervista all’Agenzia Agi ha ribadito un concetto espresso più volte in passato, anche a WineNews. Già nel 2013, ad esempio, sottolineava la necessità di un ritorno alla terra dei giovani: “noi abbiamo bisogno dei contadini, siamo attorno al 3%, ma per garantire la sovranità alimentare al nostro Paese dovremmo averne almeno il 12%”. Ma il tema della sovranità alimentare è, soprattutto, il cuore di “Terra Madre - Come non farci mangiare dal cibo”, il libro del 2009 (ne scrivemmo qui) in cui Carlo Petrini affrontava le sfide di un mondo in cui “è il cibo che mangia l’uomo, e non il contrario”, in un sistema agro-alimentare industriale che domina il Pianeta, in cui il cibo è diventato una merce come tutte le altre, il cui prezzo è stabilito da regole di mercato disumane, senza badare alla qualità e senza rispettare chi lo produce.

Da allora, molto poco è cambiato nella struttura produttiva alimentare, ma per capire il reale valore dell’agricoltura nel sistema economico odierno, messo sotto scacco prima dal boom del costo delle materie e poi dalla guerra in Ucraina, è necessario volgere lo sguardo ancora più indietro. “Rispetto al grano - spiega Petrini parlando degli aumenti dei prezzi dovuti alla guerra - fino a 5/6 anni fa il suo prezzo era uguale a quello che veniva pagato 35 anni fa. Sarebbe come dire che noi pagavamo il grano ai contadini come se a un dipendente dessimo lo stipendio di 35 anni fa, questo è il paragone appropriato. Ragion per cui intere aree che da sempre erano caratterizzate da una cerealicoltura forte le abbiamo abbandonate, e si sono scelte colture più redditizie, alcune delle quali sono diventate addirittura invasive. Pensiamo a cosa significa oggi la coltivazione del nocciolo in aree come il viterbese o nel mio Piemonte: è diventata una monocultura impressionante. Ma se continua questa situazione di tensione andremo a pagare il grano molto e molto più caro di quello che avremmo dovuto pagare i contadini di quando il grano lo producevamo noi. Motivo per cui in queste situazioni fermarsi a riflettere su una pianificazione colturale che un paese civile dovrebbe avere è molto, molto importante”.

Una riflessione che si può calare simmetricamente anche rispetto al tema delle “risorse energetiche”, aggiunge il fondatore Slow Food. “Una situazione che ci mette in grande imbarazzo, perché in fin dei conti pagare il gas alla Russia significa pagare anche la guerra di Putin. Perché mai abbiamo aspettato così tanto a fare andare avanti un processo intensivo di rinnovabili intralciandolo con una serie di difficoltà sui permessi? Il paradosso è che adesso molti spingono per ritornare al carbone o per ripensare al nucleare, niente di più assurdo. Lo stesso vale per gli alimenti. Aspettare di scegliere di rafforzare la nostra sovranità alimentare è sbagliato, non possiamo più pensare di dipendere da altre realtà, oggi dalla Russia domani chissà, perché alla prima situazione drammatica come quella che si è verificata adesso rimaniamo a terra. È opportuno rafforzare questo aspetto prima di tutto. Per esempio, noi siamo in attesa da anni di una legge sui suoli che non si realizza, e i suoli continuano ad essere depauperati, in particolare il suolo agricolo. Non possiamo più permetterci questo lusso”.

Carlo Petrini, quindi, risponde indirettamente alla proposta del presidente Confagricoltura, Giansanti, che ha indicato tre soluzioni percorribili per uscire dall’angolo: la cancellazione dei limiti alla coltivazione dei terreni italiani; un piano europeo per monitorare le scorte dei cereali; un piano italiano per una maggiore coltivazione di grano tenero, mais e semi oleosi, la cui carenza è stata evidenziata dallo stop alle importazioni da Russia e Ucraina. “Auspicare una pianificazione non è sbagliato. Dipende su quali interessi noi la realizziamo. Siamo in un momento in cui abbiamo bisogno di far coincidere esigenze dei produttori con esigenze dei cittadini. Quindi la pianificazione è un discorso che riguarda tutti e si deve realizzare in maniera interdisciplinare, coinvolgendo tutti, ma una pianificazione corretta sarebbe auspicabile. Il concetto di sovranità alimentare - continua il fondatore di Slow Food - è un concetto non necessariamente autarchico ma assolutamente di sviluppo armonico delle risorse per rafforzare anche l’esistenza di un’economia locale. Non possiamo pensare che tutta l’economia sia una economia globalizzata, dobbiamo avere la coscienza che dobbiamo rafforzare l’economia locale perché nell’economia locale si dimostra la partecipazione di tutti i cittadini ma anche la difesa dei suoli, del paesaggio, della nostra memoria storica. Non è un elemento strettamente autarchico, è un elemento di rispetto verso l’economia locale”.

Sovranità e autosufficienza alimentare, quindi, “sono concetti diversi. Sono rari i paesi che hanno un’autonomia totale rispetto all’alimentazione, molto rari. Però svilupparla in maniera armonica, a mio avviso è possibile. E aumentare, ripeto, la componente locale perché ogni Paese non può fare a meno di avere un’attenzione verso la sovranità alimentare”. Che passa anche per un’accelerazione sul biologico, perché “se non approfittiamo in questo momento per rigenerare la produzione siamo destinati ad andare verso il baratro, verso un disastro ambientale che può diventare irreversibile. Il verbo rigenerare è l’elemento distintivo di questa fase storica. Quindi non solo il biologico, ma anche la rotazione delle colture, una manutenzione dei territori, garantite il corso delle acque, ridurre gli impatti delle piogge estreme, è un’attenzione che noi dobbiamo avere a prescindere. Tuttavia, mai come in questo momento il biologico è una pratica che dobbiamo implementare e intensificare. E queste tematiche non possono rimanere esclusive rispetto ai produttori, loro sono quelli che in prima persona le devono favorire ma le devono condividere tutta la cittadinanza”, aggiunge Carlo Petrini.

Tornando al prezzo del grano e all’Ucraina, “qui si tratta di ricostruire un’economia, non è così automatico che un Paese così messo in ginocchio ritorni a una produzione sufficiente. La ricostruzione avrà un prezzo grave e nello stesso tempo nella ricostruzione c’è anche quello di valorizzare il tesoro, il patrimonio che queste terre hanno. Quindi auspico che, fermata questa follia e avviato un processo di ricostruzione, comunque questa produzione ritorni ad essere significativa a beneficio anche di altre realtà. Ma ogni Paese, va detto, deve creare le condizioni per non essere troppo dipendente dalle derrate alimentari rispetto ad altri. Vorrei esser chiaro: nel nostro Paese abbiamo un 38% di spreco alimentare, ciò significa che non solo buttiamo via della merce ma che occupiamo dei suoli a livello agricolo che non servono a nulla perché la produzione non è utilizzata, così facciamo uso dell’acqua per irrorarli inutilmente. È tutto uno spreco enorme. Il primo campo da arare è la sua riduzione. Qui c’è anche il riconoscimento di un prezzo giusto e una scelta di pianificazione che paghi il giusto i contadini e che li invogli a pratiche virtuose”, conclude il presidente mondiale Slow Food.

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