In Italia le donne guidano una quota più contenuta di imprese vitivinicole rispetto agli uomini, ma generano una percentuale di valore superiore rispetto alla loro incidenza sulla superficie agricola utilizzata. Coltivano circa il 21% della Sau (Superficie agricola utilizzata) e producono il 28% del Pil agricolo: un indicatore che parla di efficacia, non solo di presenza. Le aziende a guida femminile si distinguono inoltre per una maggiore presenza di vini Doc e Docg e per una spiccata propensione all’export, a conferma di una visione orientata alla qualità e ai mercati internazionali. Mostrano un’attenzione strategica verso marketing, comunicazione ed enoturismo, con un forte orientamento all’esperienza e alla wine hospitality. Sono inoltre più inclini alla diversificazione, più resilienti nei momenti di crisi e strutturalmente attente alla sostenibilità, con una percentuale più alta di vigneti biologici o in conversione. Il tutto accompagnato da livelli di formazione e qualificazione mediamente superiori alla media del settore. Sono i dati forniti dall’Associazione nazionale Donne del Vino, che fino al 15 marzo celebrano “Le Giornate delle Donne del Vino”, edizione n. 11: il tema 2026 è “Donne, Vino, Cibo”, al centro di degustazioni, incontri, tavole rotonde, momenti di confronto e approfondimento in tutta Italia.
In un momento storico attraversato da nuove tensioni internazionali e da conflitti che riportano al centro il tema della sicurezza, dell’accesso alle risorse e della dignità delle persone, parlare di cibo assume un significato che va oltre la dimensione gastronomica. Il cibo oggi è nutrimento, diritto, sopravvivenza. È equilibrio fragile tra territori, economie e comunità. È responsabilità. È in questa cornice che tornano “Le Giornate delle Donne del Vino”, l’appuntamento nazionale che coinvolge le delegazioni regionali e centinaia di associate. “In un momento internazionale così delicato, parlare di cibo significa parlare di diritto, responsabilità e futuro - afferma Daniela Mastroberardino, presidente dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino - per noi “Donne, Vino, Cibo” non è solo un tema culturale, ma una visione: mettere al centro la qualità, la sostenibilità e la cura delle comunità come risposta concreta alle fragilità del presente. Il cibo è passione e identità, simbolo di appartenenza, linguaggio universale che unisce popoli e tradizioni. Racconta territori, custodisce memorie, trasmette saperi. Insieme al vino rappresenta un motore fondamentale per l’enoturismo e per la valorizzazione delle comunità locali, generando economia, relazioni e opportunità. Ma oggi non possiamo limitarci alla dimensione conviviale. Parlare di cibo significa parlare di equità, accesso, sostenibilità. Significa interrogarsi sul modo in cui produciamo, distribuiamo e condividiamo le risorse. Significa riaffermare il valore della cura della terra, delle persone, delle comunità”.
Accanto agli eventi sul territorio, l’Associazione - la più grande dedicata all’enologia femminile; fondata nel 1988, conta oggi oltre 1.250 socie tra produttrici, enotecarie, sommelier, ristoratrici, giornaliste, consulenti, architette e professioniste del settore - promuove anche un grande progetto digitale condiviso. Tutte le Donne del Vino sono state invitate a realizzare uno scatto fotografico che interpreti il tema “Donne, Vino, Cibo”, facendosi ritrarre con un prodotto simbolo del proprio territorio. Il risultato sarà un mosaico visivo che invaderà i social network trasformando la rete in una grande narrazione collettiva fatta di volti, calici e prodotti simbolo dell’Italia del gusto.
Il logo 2026 nasce dalla creatività di Federica Cecchi, architetta e wine designer, Donna del Vino toscana, che interpreta il tema attraverso una metafora visiva originale e contemporanea: “la Donna del Vino 2026 si adorna di vegetali, danza con la natura, gioca con le forme. Verdure e spaghetti diventano simboli di energia, creatività e responsabilità. Il vino accompagna e completa questo racconto, esaltando il cibo e richiamando il profondo legame tra territorio, lavoro umano e cultura” spiega Cecchi.
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