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REALTÀ MILLENARIE

Quando Dievole “valeva” due capponi, tre pagnotte e sei monete, in una pergamena dell’anno 1090

È l’antico documento scoperto all’Archivio di Stato di Siena, nuova testimonianza sulla produzione di vino in Chianti Classico e la prima sull’azienda

In una pergamena del 1090, in un atto rogato dal notaio Bellandus, si legge che l’abate del Monastero benedettino di Sant’Eugenio concede in affitto beni fondiari ubicati nei luoghi di Dievole, ovvero case, terre, vigne, boschi e corsi d’acqua, in cambio di due capponi, tre pagnotte e sei monete lucchesi, all’anno. È l’antico documento scoperto dalla storica del Medioevo Roberta Mucciarelli dell’Università di Siena nell’Archivio di Stato di Siena che non è solo una nuova testimonianza sulla produzione di vino, in Toscana, ma la prima traccia dell’esistenza di un’azienda: Dievole, già considerata tra le realtà più antiche del Chianti Classico, che ora ha trovato conferma del suo millenario legame con il territorio.
Non tutte le aziende possono vantare mille anni di storia. L’Italia è tra quei Paesi nel mondo che fanno eccezione e può documentare la storia di realtà millenarie dell’agricoltura italiana, che si contano sulle dita di una mano ma che sono ancora esistenti, e in particolare nei territori storici del vino italiano. Dovendo risalire al Medioevo per raccontarne le origini, non si può che immergersi in quello “perfetto” rappresentato dalla campagna toscana raffigurata nei capolavori dei maestri dell’arte italiana, a partire dal Chianti Classico, uno dei territori del vino più belli al mondo, a metà strada tra Siena, città medievale - oltre che del Palio - per eccellenza, e la Firenze, “culla” del Rinascimento. È qui che da mille anni è documentata l’esistenza di Dievole, oggi tra le griffe più famose del vino italiano che fa parte dell’impero dell’Abfv-Alejandro Bulgheroni Family Vineyards Italia, il “polittico” di aziende nei territori del vino più importanti del Granducato, 330 ettari di vigneti, dal Chianti Classico a Bolgheri, passando per Montalcino e il Brunello, messo insieme dall’imprenditore argentino Alejandro Bulgheroni, in primis amante della Toscana, delle sue bellezze, dei suoi vini e di tutti i suoi prodotti come l’olio, forse anche grazie anche alle origini italiane, e tra gli uomini più ricchi del mondo secondo “Forbes” come magnate del petrolio e delle energia alternative.
Una passione che si riflette nella “vision” d’impresa e si traduce in progetti culturali sui territori e per i territori in cui si trovano le aziende, di studio, di valorizzazione e mantenimento anche delle tradizioni, portati avanti dalle stesse professionalità internazionali d’alto livello chiamate a produrre i vini. Come Stefano Capurso, Executive President Abfv, e il flying winemaker per eccellenza Alberto Antonini, enologo in tante cantine del mondo, che rappresentano il “trait d’union” tra un progetto ambizioso anche in chiave di business e un’idea di viticoltura che riscopre i saperi del passato e dei territori per vincere le sfide future, a partire dal progetto di ricerca delle specificità dei cru della Tenuta di Dievole. “Quello che facciamo è produrre vino. E produrre occasioni di cultura del vino, di amore per un prodotto che è l’espressione autentica e irriproducibile del qui e ora, un connubio ideale di storia, usanze, passioni, natura, lavoro, professione, gusto, arte, mestiere - spiega Capurso - ci sono alcuni elementi che caratterizzano la Dievole di oggi: il fare tesoro di quel che è stato, la parcellizzazione che permette l’espressione massima della tipicità, l’agricoltura rigenerativa che parte dal rispetto del suolo, la voglia di fare cultura del vino in casa propria ma anche in giro per il mondo, raccontando non solo un’eccellenza della nostra regione ma anche un vero e proprio way of living”.
E pensare che mille anni fa a fare la differenza per Dievole, sono stati due capponi, tre pagnotte e sei monete lucchesi. Non sarà stata la più alta rivalutazione di tutti i tempi di una proprietà agricola, ma a noi che solitamente le registriamo analizzando le vicende dei più importanti territori del vino e dell’agricoltura italiana, ci piace pensarlo, di fronte alla bellezza di assaggiare un vino che racconta una storia lunga quasi mille anni, racchiusa in bottiglia dal Chianti Classico Riserva Novecento, il vino di punta della Tenuta che festeggia 30 vendemmie, celebrate proprio ieri sera (sulla Piazza del Campo, a Palazzo Sansedoni di proprietà Monte dei Paschi di Siena, luogo piena di cultura, di arte e di bellezza) in una delle capitali mondiali del Medioevo, Siena, dove è stato scoperto l’antico documento nell’Archivio di Stato di Siena.

Focus - Il “ritratto” di Dievole ed i trent’anni di Chianti Classico Riserva Novecento: un excursus storico di ere enologiche
Dievole è il primo investimento che l’imprenditore Alejandro Bulgheroni ha intrapreso in Italia: nel 2012, forte dell’esperienza e della passione maturata nel campo del vino in Sud America, si rivolge alla Toscana, comprando qualche ettaro a Montalcino e poi, appunto, Dievole, ritenuta fra le più antiche cantine del Chianti Classico (prova provata dai documenti recentemente ritrovati nell’Archivio di Stato a Siena, che ne attestano l’esistenza dal 1090).
Oggi il Gruppo in capo alla famiglia Bulgheroni, oltre a Montalcino e nel Chianti Classico, possiede proprietà anche a Bolgheri, ma la sola Dievole può contare su 600 ettari a Castelnuovo Berardenga, nel comprensorio di Vagliagli, di cui 152 vitati, fra cui un centinaio piantati a Sangiovese.
Altitudine tra i 450 e i 300 metri di altezza e una varietà di terreni notevole, ha permesso alla cantina di affinare sempre meglio negli anni le diverse espressioni di Sangiovese a partire dalle caratteristiche pedo-climatiche della tenuta. Inoltre, un lavoro significativo sulla fertilità del terreno e quindi sull’equilibrio delle piante, ha portato alla conseguenza quasi naturale della conversione a biologico, ultimata nel 2017.
Per celebrare il ritrovamento del documento che attesta la presenza di Dievole da quasi mille anni, la cantina ha organizzato una verticale di annate di Chianti Classico Riserva Novecento, la cui prima annata è uscita proprio nel 1990. Con il 2019 l’etichetta compie 30 anni e ne sono state selezionate nove (tre per ogni decennio) a rappresentare un percorso enologico che comprende diverse ere enologiche che ha attraversato l’Italia in termini di stile.
Queste le tre vendemmie che hanno meritato maggiore attenzione nel raccontare i cambiamenti stilistici degli ultimi 3 decenni, secondo lo staff WineNews:
Chianti Classico Novecento Riserva 1990
Enologia classica - uso di legni grandi - uvaggio che comprende uve a bacca bianca
Integro nella sua delicata fragilità: note di agrumi e sottobosco, fiori essiccati e torrefazione, si alternano delicatamente lasciando spazio ad un timbro ematico che caratterizza ogni etichetta; in bocca è dolce, dal tannino disteso e da una decisa sapidità che dà vitalità al sorso
Chianti Classico Novecento Riserva 2006
Enologia moderna - uso di barrique - uvaggio che comprende i vitigni internazionali
Vino saturo nel colore e nei sapori. Profumi speziati e di frutta nera gradualmente lasciano spazio alle note balsamiche: è un naso tendenzialmente dolce e scuro, come il sorso, che mostra buona aderenza e tanta concentrazione speziata e amaricante, addolcita nel finale da ricordi di cioccolato
Chianti Classico Novecento Riserva 2016
Enologia contemporanea - uso di legni grandi e cemento - uvaggio di soli vitigni rossi autoctoni
La generosità di un’annata perfetta per gran parte dello Stivale. Piccoli frutti rossi, viola, iodio e lavanda, erbe aromatiche: tutto accennato e che si ripresenta nei caratteri più dolci, ma anche freschi, in bocca. Il sorso è largo ma dal tannino vivo, che non fa riposare il vino e che si congeda su note terrose.

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