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IL FUTURO TRA I FILARI

Se sostenibilità fa rima con etica, ma anche con reputazione e distintività del vino e della cantina

Le riflessioni di ricercatori e produttori su “sostenibilità, la nuova frontiera per il settore vitivinicolo”, negli 8 anni del progetto Viva
SOSTENIBILITA, vino, VIVA, Italia
Se sostenibilità fa rima con etica, ma anche con reputazione e distintività

Tutela ambientale, valorizzazione del territorio, crescita della reputazione aziendale e una distintività che si può far valere nel prezzo. Sono i vantaggi che porta la certificazione della sostenibilità nella filiera del vino. Ed è per questo che le cantine, tra etica e mercato, ci investono sempre più, puntando sui tanti protocolli di sostenibile oggi esistenti, a partire dallo standard di certificazione “Viva”, progetto avviato nel 2011 dal Ministero dell’Ambiente (e unico tra i diversi protocolli di certificazione che vedono in campo un Ministero a livello istituzionale) che oggi coinvolte un centinaio di cantine distribuite in 16 regioni e con una dote di 17 milioni di bottiglie certificate. E che si propone come interlocutore unico e aggregante in un panorama frammentato, a livello di percorsi e marchi di certificazione. Riflessioni emerse nel convegno “Sostenibilità, la nuova frontiera per il settore vitivinicolo”, organizzato a Roma dal Ministero dell’Ambiente e dal Centro di Ricerca Opera dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che, dall’inizio del programma, ha dato il suo sostegno scientifico assieme al centro di Competenza Agroinnova dell’Università di Torino.
Un percorso, quello della sostenibilità attraverso Viva, come hanno rimarcato le dirigenti del Ministero dell’Ambiente Fiamma Valentino e Paolina Pepe, non dà soddisfazione solo alle aziende, ma anche ai consumatori. Che hanno apprezzato “la trasparenza e l’accessibilità dell’etichetta”, facilmente leggibile da smartphone o tablet, che fornisce i dati sui quattro indicatori, “Aria, Acqua, Vigneto e Territorio”.
Cosa deve fare sul campo un produttore vitivinicolo per misurarsi con successo nella strategia della sostenibilità l’ha spiegato Ettore Capri, professore di scienze e tecnologie alimentari all’Università Cattolica del Sacro Cuore (e direttore del Centro Opera). Premesso che la gestione imprenditoriale deve sempre avere una visione circolare, ha osservato il professore, l’azienda deve partire dalla raccolta dati, quindi la valutazione con indicatori, la predisposizione di un piano di miglioramento e la scelta delle buone pratiche agricole. Tirando le somme sulla risposta allo standard Viva ricevuto dai produttori vitivinicoli italiani, il professor Capri ha osservato, anche ai microfoni di WineNews, come “ci siano situazioni diverse sul territorio nazionale, aziende particolarmente virtuose, non solo grandi marchi ma anche piccole aziende, che hanno aderito da subito e realtà cooperative che stanno rispondendo ora, grazie alla presenza di imprenditori lungimiranti, facendo da traino alle più piccole. Oggi per fortuna anche le organizzazioni di settore si sono rese conto, sulla scia anche dell’indirizzo della Commissione Europea, che la sostenibilità è un percorso che condiziona il futuro della propria attività. Quindi, quelle che finora non hanno affrontato il percorso certificazione a causa dei loro dubbi, penso che inizieranno in un prossimo futuro”.
Su quali siano i drivers strategici che spingono le aziende verso la certificazione sostenibile, invece, è stato al centro dell’indagine di Stefanella Stranieri dell’ Università degli Studi di Milano. Il 77% delle aziende interpellate ritiene che la certificazione sia un volano per il miglioramento della reputazione aziendale nei confronti della distribuzione e, ancora maggiore (80%) é il numero delle aziende che pensa che la certificazione possa migliorare la reputazione aziendale nei confronti del consumatore. Ma, oltre alla reputazione, c’è anche il desiderio di innovazione a portare le aziende verso la certificazione (il 75% la ritiene un importante fattore di innovazione), l’interesse a differenziarsi rispetto le altre (il 61% lo vede come possibile vantaggio competitivo) e l’opportunità, colta dal 14% degli intervistati, di adottare nuove relazioni commerciali lungo la filiera.
Le “barriere strategiche” della certificazione - ha osservato la professoressa Stranieri - risiedono nel fatto che il concetto di sostenibilità è relativamente giovane e nuovo e, come tale, soffre di mancanza di consapevolezza imprenditoriale, Inoltre, ci sono troppe certificazioni sul mercato e le aziende faticano a scegliere quella più appropriata”.
Ma in ogni caso, il tema della sostenibilità, oltre al vino, abbranccia tutto il settore del cibo, come ha sottolineato Guendalina Graffigna, direttore di EngageMinds Hub, Consumer & Health Research center dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, illustrando la ricerca “The sustainability in the “Foodie Era”. Da interviste svolte nel mondo retail, emerge che l’85% degli interpellati afferma di aver incrementato la vendita dei prodotti sostenibili negli ultimi cinque anni, e il 65% riferisce di aver aumentato le vendite di cibo sostenibile di oltre il 10%.
L’attenzione dei consumatori verso la sostenibilità è inoltre in aumento, e se nel marzo del 2011 il 35% non acquistava certi prodotti perché non li percepiva responsabili nei confronti dell’ambiente e della società, questa percentuale nel febbraio 2019 era salita al 48% (+13%). Dalla ricerca emerge inoltre che un 19% di italiani consuma giornalmente o molto spesso in un mese prodotti sostenibili e sono soprattutto i giovani tra i 26 e 35 anni (31%) a segnalarsi come aficionados della sostenibilità. “Sicuramente è un trend caldo di consumo - ha osservato Guendalina Graffigna a Winenews - ma anche segnali di allerta per i produttori, difatti se l’ atteggiamento di acquisto è positivo, altra cosa è la conoscenza reale di cosa è il cibo sostenibile, nella mente del consumatore parlare di sostenibilità, biologico, “km 0”, è un pò tutta la stessa cosa”.

Su questa linea anche Paolo Brogioni, direttore Assoenologi: “in linea generale la percezione dei consumatori nei confronti del vino sostenibile, o meglio del vino biologico e delle etichette che comunicano messaggi ecologici, ha mostrato che gli utenti finali sono interessati, o forse attratti, a questo tipo di prodotto e al suo acquisto, tanto che la maggioranza è disposta a pagare un premium price, disponibilità che sale soprattutto se ci si rivolge a consumatori nei Paesi di più recente tradizione vitivinicola”.
Joao Onofre, capo dell’Unità vino, liquori e prodotti orticoli della Commissione Europea, è intervenuto incoraggiando i governi nazionali a favorire il lavoro sulla certificazione, e ha osservato come il vino in Europa sia “una storia di successo, in dieci anni abbiamo aumentato di molto la competitività ma ora la sfida per i prossimi dieci anni è proprio la sostenibilità e una strategia di adattamento al cambiamento climatico”.
Giovanni Rizzotti, a nome dell’Unione Italiana Vini, ha esortato ad “essere ambiziosi sulla sostenibilità, fare applicare lo standard al numero più ampio possibile di aziende per poter agire effettivamente sul sistema vitivinicolo. Purtroppo i numeri non sono ancora tali da poter rappresentare una vera incidenza”.
Al convegno sono intervenuti anche alcuni produttori che aderiscono da anni a Viva, portando la loro esperienza. Sara Cecchetto (Azienda agricola Cecchetto Giorgio) ha raccontato che l’azienda di famiglia ha adottato Viva “per misurare l’impatto ambientale, correggere errori di comportamento e adottarne nuovi ed essere anche più competitivi”.Chiara Lungarotti (Lungarotti) ha osservato che “la sostenibilità per funzionare non deve essere solo ambientale ma anche economica, solo così qualsiasi azienda la può sposare in pieno, quindi sostenibilità in vigna, sostenibilità nel lavoro di tutti i nostri collaboratori, sostenibilità in cantina, sempre, a 360 gradi. Ma la cosa più importante che ci sia un’unica certificazione, con un unico logo, semplice e immediato, perché se non si è uniti si perde forza”. Stefano Cantelmo (Azienda Agricola Montevibiano Vecchio) ha rimarcato come “il vino non è una macchina, è un prodotto della natura e quindi comportarsi in maniera sostenibile in tutta l’azienda aiuta a produrre vino di migliore qualità. Devo anche dire che in tema di sostenibilità questi standard ci hanno aiutato a capire cose che non avevamo compreso”.Pierclaudio De Martin (Cantina di Orsago) si è soffermato sull’aspetto del valore economico dello standard. “Mi son sentito chiedere se darà più valore alla bottiglia - ha detto - non saprei rispondere esattamente, probabilmente a breve no ma a medio termine sì”.
Ma non c’è solo il vino sulla strada dello standard sostenibile. Miriam Bisagni dell’Associazione “Piace Cibo Sano” ha illustrato l’iniziativa di certificazione portata avanti a favore della ristorazione, in collaborazione con la Regione Emilia Romagna: il programma si chiama RS360 (“Ristorazione 360 gradi sostenibile”) ed é un programma volontario di certificazione per la ristorazione regionale e “visto il gran riscontro ottenuto e le richieste provenienti da altre regioni vedremo di esportare il programma e il marchio in tutta Italia”.

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