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L’INTERVISTA

Tra enologia, sfide future e cambiamento, “Il Guru del vino” Michel Rolland

A WineNews l’enologo simbolo della nostra epoca, che, da Bordeaux, ha influenzato il modo di fare vino in tutto il mondo

Non solo il vino, certo, ma il mondo intero, in ogni suo aspetto, ha vissuto e sta vivendo un periodo di passaggio, che porterà, inevitabilmente, cambiamenti ad ogni livello. Anche nella sfera enoica, di per sé particolarmente sensibile al cambiamento, all’evoluzione ed al confronto, da ben prima che la pandemia si abbattesse su Asia, Europa e Nord America. Così, se il lockdown ha costretto i wine lovers ad un consumo esclusivamente casalingo, ed i professionisti del vino a lavorare da casa, in videoconferenza, il lavoro di enologi e wine makers, in cantina, non si è mai fermato, continuando a tessere la tela dell’eccellenza che, da sempre, è la cifra di Michel Rolland, uno degli enologi più importanti della nostra era, maestro del taglio bordolese, diventato grande tra i filari degli Chateaux di Bordeaux, è stato capace poi di influenzare il modo di fare vino ovunque, dalla California all’Italia (arrivato sul finire degli anni Ottanta dall’amico Lodovico Antinori, vero inventore del Masseto e di Ornellaia, ed oggi della splendida realtà Tenuta di Biserno, a due passi da Bolgheri, a Bibbona), dove da anni collabora con Marco Caprai, alla guida della griffe del Sagrantino di Montefalco (dove ha presentato l’edizione italiana del suo ultimo libro, “Il Guru del vino”), incardinata su un vitigno ben diverso dagli internazionali, per sua natura ostico, che Rolland ha saputo conoscere ed addomesticare, perché “tutto è difficile, ma niente è difficile”, come racconta a WineNews.
Ma partiamo dall’inizio, o meglio dalla fine, dalla pandemia di Covid-19 che ha investito e sconvolto il mondo, ed anche le abitudini di consumo.
“Il modo di consumare vino è cambiato perché, sfortunatamente, i ristoranti sono stati chiusi per tre o quattro mesi, e allora ci siamo trovati a poterlo bere solo tra le mura domestiche, attraverso un commercio che ha guardato soprattutto ad enoteche e privati, con i consumatori che si sono fatti le loro degustazioni senza consultare le carte dei vini”, spiega Rolland. “Se poi vogliamo valutare i cambiamenti nel mondo del vino, porto come esempio Bordeaux, dove si è da poco conclusa l’en primeur: come tutti gli anni, gli operatori sono ottimisti, è andata molto bene, molto meglio di quanto si potesse immaginare. Significa che i compratori ci sono ancora e che il mercato del vino è ancora vivo, aspettando che tutto torni come prima, una volta che questo virus sarà scomparso”, continua il wine maker.
Ma è cambiato anche il lavoro, ed il modo di gestire gli eventi, con l’online diventato centrale, e nuove possibilità che, probabilmente, ci porteremo dietro anche in futuro.“Credo che sia effettivamente un nuovo mezzo di comunicazione, c’è stata una moltiplicazione delle degustazioni online, in videoconferenza, ed è una cosa che ha interessato molti consumatori e molti commercianti e credo che resterà, non so a che livello, ma resterà. Io ho ricevuto moltissimi campioni da degustare in videoconferenza, penso che sia una cosa che può avere uno sviluppo”, dice Rolland. Ricordando, però, che “il contatto è indispensabile, non si può certo pensare di fare solo così, ma in qualche caso è un sistema per evitare un viaggio e qualche aereo, non è del tutto negativo, è un bene anche per le emissioni di CO2, penso che in futuro ci sarà un po’ più di digitale nella comunicazione del vino”.
Vino che, nelle sue infinite pieghe, sembra incapace di uscire da una dialettica dicotomica infinita, in cui la contrapposizione e la distinzione sembrano a volte prendere il sopravvento sulla sostanza, in una lotta infinita tra grandi e piccoli, biologici e convenzionali, una dinamica in cui spesso si è trovato coinvolto anche Michel Rolland, come racconta nel suo ultimo libro, “Il Guru del vino”. “È la natura umana che contrappone tutti i giorni i grandi ai piccoli, i deboli ai forti. Nel libro - spiega Rolland - quello che ho provato a fare non è di mettere in contrapposizione i grandi ai piccoli, ho fatto dei vini per piccole cantine, ho aiutato dei giovani che non avevano mezzi, ho dato dei consigli gratuiti perché sapevo bene che quei consigli non potevano essere pagati, quello che vorrei dire è che io sono mosso dalla passione, e nella mia vita l’enologia è una passione, perché la passione è la chiave di tutto, la passione crea la qualità, la passione ha effetti positivi sul vino, la passione è essenziale in questo campo”.
Un campo in cui la sfida per le cose nuove è il motore che muove verso territori e vitigni diversi, senza paura, anche quando si lasciano le acque conosciute del taglio bordolese per un autoctono italiano come il Sagrantino di Montefalco, perché “tutto è difficile e niente è difficile”, spiega Michel Rolland. “Il mio mestiere è semplice, bisogna comprendere cosa succede, a che livello succede, dove succede. Di sicuro io sono nato a Bordeaux, ho fatto dei Bordeaux, continuo a fare dei Bordeaux, ma ho anche fatto vino in 21 differenti Paesi nel mondo, ho operato con condizioni climatiche di suolo e di lavoro completamente differenti tra loro. Quindi, prendendo Caprai come esempio, il Sagrantino non è il più facile dei vitigni, ma anche il Pinot non è facile, tuttavia lo si addomestica, si impara a farlo, si impara a conoscerlo. Credo che questo sia il mio vero mestiere, cioè comprendere dove mi trovo e cosa posso fare dove mi trovo: quando sono a Montefalco non faccio il Pomerol, quando sono a Pomerol non faccio il Sagrantino, tutto qui. Bisogna soprattutto capire - sottolinea il wine maker - che non si deve voler ripetere quello che si è fatto in altri Paesi. Quello che ho fatto in Argentina, in Cile o in Cina non ha niente a che vedere con il lavoro da fare qui. Il segreto è comprendere dove ci si trova, cosa è stato fatto, quello che si vuole fare, quello che si può fare. Questo è il mio mestiere”.
Che potrebbe portarlo, prima o poi, a confrontarsi con i due vitigni più rappresentativi del ricco universo ampelografico italiano, ossia il Sangiovese a Montalcino ed il Nebbiolo a Barolo, “vini che mi interesserebbero, è vero che non ho mai fatto del Barolo o del Brunello, anche se ho lavorato con la famiglia Folonari, ma direi che quello che veramente mi piace è quello che non è ancora stato fatto, scoprire cose che non ho mai fatto: la curiosità - ricorda ancora Rolland - è essenziale nel mio mestiere, dunque sono interessato a ciò che non è ancora stato scoperto. Sfortunatamente l’età avanza, si va sempre meno lontano, si è sempre meno veloci, ed è un po’ complicato”.
E se il futuro è difficile da pianificare, nel passato, tra i tanti Paesi in cui ha lavorato Michel Rolland, c’è la Cina, di cui in tanti iniziano a parlare non più solo come mercato di esportazione, ma come Paese capace di produrre vini qualità, in concorrenza con Italia, Francia e non solo. Una minaccia? No, almeno per il momento. “Penso che non ci sia da aver paura. Che la Cina sia un grande produttore non c’è dubbio, sono state piantate un’enormità di vigne, la produzione di vino sarà enorme di conseguenza, ma per aver vino di alta gamma ci vorrà ancora molto tempo e molto lavoro, non succederà domani. Penso che la Francia, l’Italia, la Spagna o gli altri Paesi produttori non si debbano preoccupare della concorrenza del vino cinese, che per il momento è essenzialmente destinato al mercato interno, e se i cinesi dovessero scoprire il vino la produzione cinese non sarà sufficiente, quindi saranno costretti ad importare vino dall’estero. Possiamo stare tranquilli: a Bordeaux - rassicura il wine maker - si dice che nell’industria del vino i 5 primi anni sono i più complicati. Ci sarà da da aspettare prima che arrivino i cinesi ...”.
Nel frattempo, il vino sembra aver raggiunto vette qualitative senza precedenti, ed ora la sfida si gioca su due canali, quello del marketing e quello della commercializzazione. “Credo che non sia mai stato così buono a livello mondiale. Tutti i Paesi produttori - riprende Rolland - producono buoni vini in quantità importanti. La prossima sfida è rappresentata dal marketing, della distribuzione. È lì che bisognerà lavorare duro perché la concorrenza è forte, la sfida sarà questa. Se potessi avere una seconda vita mi lancerei nella distribuzione e nella commercializzazione, perché rappresentano il futuro del vino. Il buon vino è ormai pressoché dappertutto, siamo in competizione ed è questa la competizione da vincere in futuro”.
Infine, uno sguardo al passato ed un occhio al presente, tra amici vecchi e nuovi del vino italiano, che Michel Rolland conosce e frequenta da anni. Almeno da trenta, tanti sono passati da quando “ho conosciuto Lodovico Antinori, che è per me un vecchio amico, sono in ottimi rapporti con lui. Il mio mestiere è basato sull’amicizia, sul contatto con le persone, certo, c’è la tecnica, il gusto, gli assemblaggi e tante altre cose, ma soprattutto c’è il contatto con le persone. Con Lodovico c’è sintonia, come si dice in Francia, abbiamo i cuori che battono al passo, insieme, parliamo delle stesse cose, capiamo le stesse cose”. Una sintonia ritrovata anche nel rapporto con Marco Caprai: “quando sono venuto qui, attratto dal Sagrantino, un vitigno che mi è sempre piaciuto, che mi ha sempre interessato, con l’idea di migliorarlo (perché il mio mestiere è quello di migliorare), ho conosciuto Caprai, un personaggio molto seducente nel quale ho trovato la passione e l’entusiasmo, doti necessarie per riuscire nel mondo del vino. Mi è piaciuto da subito ed eccomi qua”.

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