Oggi, parlare di vino e Stati Uniti, fa venire in mente subito dazi, limitazioni, burocrazia, vincoli. Eppure il vino, ed in particolare quello italiano, ha, in qualche modo “bagnato”, quella Dichiarazione di Indipendenza degli Usa di cui si celebrano i 250 anni (il 4 luglio 2026). In una storia che si intreccia nella storia, che ha dei protagonisti principali, ovvero Thomas Jefferson, tra gli autori della stessa Dichiarazione di Indipendenza e terzo presidente degli Stati Uniti (dal 1801 al 1809), Filippo Mazzei, antenato di quella che, oggi, è una delle famiglie del vino più importanti e longeve di Toscana (alla guida della Marchesi Mazzei), già amico di Benjamin Franklin e poi dello stesso Jefferson, grande viaggiatore e protagonista della rivoluzione americana, e colui che portò per primo, nel 1773 la vite europea, ed in particolare toscana, in Usa, proprio in Virginia, a Monticello, nella tenuta dello stesso Jefferson (come abbiamo più volte raccontato). Ed a cui fece conoscere il terzo protagonista di questa storia, il Vino Nobile di Montepulciano. Una storia che ruota intorno all’alto concetto di “libertà”, raccontata nel libro “Il gusto della libertà. Thomas Jefferson, il Vino Nobile di Montepulciano e la nascita degli Stati Uniti”, scritto da Francesco Clementi, professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, e Antonio Gaudioso, esperto di politiche pubbliche e docente alla Università Luiss “Guido Carli” di Roma. E che sarà presentato il 19 giugno a Montepulciano, nelle celebrazioni per i 400 anni dalla nascita di Francesco Redi (18 febbraio 1626), letterato-medico, il più alto in grado della Corte dei Medici, autore del “Bacco in Toscana”, ditirambo in versi e vera fonte documentaria sui vini di Toscana, che riporta anche la celebre frase “Montepulciano, che d’ogni vino è il re” (come abbiamo raccontato in un video WineNews).
Un “re” che sa, però, di libertà, appunto, come raccontano Clementi e Gaudioso nel loro libro. Che “propone una rilettura originale della figura di Thomas Jefferson, collocandolo al crocevia tra politica, cultura materiale e circolazione transatlantica dei saperi. L’obiettivo, tuttavia, non è aggiungere un capitolo alla storia della Dichiarazione di Indipendenza, ma comprendere come quella visione della libertà si sia nutrita di esperienze concrete, tra cui un ruolo inatteso, ma decisivo, è svolto dal vino, e in particolare dal Vino Nobile di Montepulciano”. Per Jefferson, infatti, spiegano gli autori, il vino, ed in particolare il Nobile di Montepulciano dal quale fu conquistato, e che gli fu fatto conoscere da Filippo Mazzei, diventa un “oggetto privilegiato di osservazione, perché consente di cogliere l’intreccio tra natura, lavoro, istituzioni e commercio, rivelando il funzionamento profondo di una società”. Con riflessioni importanti sui concetti di qualità e di uno stile di vita orientato alla misura, di un vino non inteso come lusso, ma strumento di conoscenza e costruzione civile: “in contrapposizione ai distillati portoghesi o inglesi anzitutto, percepiti come fattori di disordine sociale, il vino rappresenta una pratica di moderazione, capace di favorire la conversazione, la socialità e il controllo di sé”. Con lo stesso Jefferson che fu tra i primi ad utilizzare la tavola, il convivio e le cene come strumenti di diplomazia e mediazione politica, con il vino visto come forma di “soft power”, capace di trasformare lo stare a tavola in un momento di vera relazione.
Alla presentazione del libro, oltre agli autori saranno presenti Susanna Crociani, vicepresidente Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, Simone Crolla, Managing Director American Chamber of Commerce in Italy, Roberto Sgalla, direttore Centro Studi Americani, e l’Ambasciatore Davide La Cecilia, Inviato speciale per la ricostruzione dell’Ucraina, Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, con la moderazione del direttore de “L’Espresso”, Emilio Carelli. “La presentazione di questo volume rappresenta un momento di grande valore culturale per il nostro territorio, perché mette in relazione la storia del Vino Nobile di Montepulciano con una figura centrale della tradizione politica occidentale come Thomas Jefferson - dichiara Andrea Rossi, presidente Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano - il legame con le celebrazioni per i 400 anni dalla nascita di Francesco Redi rafforza ulteriormente il significato di questa iniziativa, che apre un percorso istituzionale e culturale che ha l’obiettivo di raccontare Montepulciano attraverso la sua identità più autentica, fatta di storia, vino e visione internazionale”.
Per un testo che, nel celebrare i 250 anni della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, dunque, propone una riflessione quanto mai attuale sul concetto di libertà attraverso il dialogo tra cultura americana e italiana, valorizzando il ruolo di Thomas Jefferson e il significato simbolico del Vino Nobile di Montepulciano come ponte tra Europa e America, evidenziando come cultura materiale, pratiche quotidiane e circolazione dei saperi abbiano contribuito alla formazione di una società repubblicana fondata su moderazione, confronto e convivenza civile. Jefferson fu infatti tra gli estimatori del vino di Montepulciano, che ordinava periodicamente.
Un momento culturale significativo, quello del 19 giugno, che, vedrà, nella bellissima Piazza Grande della “perla del Rinascimento”, l’avvio istituzionale (evento solo su invito) delle celebrazioni per i 400 anni dalla nascita di Francesco Redi, promosse dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano con il patrocinio del Comune di Montepulciano. Con il Vino Nobile di Montepulciano che, sempre il 19 giugno, sposerà la cucina tre stelle Michelin dello chef Enrico - Chicco - Cerea del ristorante Da Vittorio di Brusaporto; ma anche, a seguire, con il convegno “Quando Bacco giunse in Toscana”, tra scienza, arte e vino (9 ottobre), in Fortezza, aspettando nel 2027 la mostra “Cultura e scienza del vino dopo Galileo” (20 marzo-27 giugno, nella quale saranno esposti anche libri antichi ed originali della WineNews).
Focus - La sinossi de “Il gusto della libertà. Thomas Jefferson, il Vino Nobile di Montepulciano e la nascita degli Stati Uniti”, di Francesco Clementi e Antonio Gaudioso
Nel celebrare i 250 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, questo libro nasce da un’intuizione precisa: la libertà non è soltanto un principio giuridico o una costruzione istituzionale, ma anche una pratica culturale, che si forma attraverso comportamenti, scelte e abitudini capaci di darle consistenza nella vita quotidiana. A partire da questa prospettiva, il volume propone una rilettura originale della figura di Thomas Jefferson, collocandolo al crocevia tra politica, cultura materiale e circolazione transatlantica dei saperi. L’obiettivo tuttavia non è aggiungere un capitolo alla storia della Dichiarazione di Indipendenza, ma comprendere come quella visione della libertà si sia nutrita di esperienze concrete, tra cui un ruolo inatteso ma decisivo è svolto dal vino, e in particolare dal Vino Nobile di Montepulciano. Lo spunto nasce dalla complessità della figura di Thomas Jefferson, il cui percorso intellettuale si sviluppa attraverso un confronto continuo con l’Europa, che egli non assume come modello da imitare, ma come spazio da osservare criticamente.
Infatti, durante il suo periodo francese da ambasciatore, tra il 1784 e il 1789, egli conduce una vera indagine comparativa sulle società europee, analizzando infrastrutture, sistemi economici, pratiche agricole e forme di consumo. Ed, in questo quadro, il vino diventa un oggetto privilegiato di osservazione, perché consente di cogliere l’intreccio tra natura, lavoro, istituzioni e commercio, rivelando il funzionamento profondo di una società. Lontano dunque da ogni interpretazione aneddotica, il libro mostra come Jefferson sviluppi una vera cultura del vino, fondata su criteri di valutazione rigorosi: qualità, trasportabilità, affidabilità, coerenza con uno stile di vita orientato alla misura. Per lui, il vino non è un lusso, ma uno strumento di conoscenza e, insieme, un elemento di costruzione civile. In contrapposizione ai distillati portoghesi o inglesi anzitutto, percepiti come fattori di disordine sociale, il vino rappresenta una pratica di moderazione, capace di favorire la conversazione, la socialità e il controllo di sé. Si delinea così una pedagogia implicita del gusto, in cui la capacità di scegliere e discernere diventa parte integrante dell’autogoverno repubblicano. Questa prospettiva si chiarisce ulteriormente attraverso il rapporto con l’italiano Filippo Mazzei, figura chiave nel trasferimento di saperi tra Europa e America. Il loro legame non si limita alla dimensione personale, ma si inserisce in una rete più ampia di scambi che coinvolge agricoltura, commercio e idee politiche. Mazzei, infatti, introduce Jefferson a una concezione della viticoltura come pratica complessa, legata al tempo, alla cura e alla conoscenza del territorio. Attraverso questa mediazione, il vino diventa uno strumento concreto per tradurre in realtà un progetto culturale: costruire una società capace di unire libertà politica e qualità della vita. Il tentativo di impiantare la vite in Virginia, pur segnato da difficoltà e insuccessi, assume così un significato che va oltre il piano economico. Esso rappresenta uno sforzo di adattamento e di traduzione, attraverso cui Jefferson cerca di selezionare elementi della civiltà europea compatibili con il contesto americano. In questa operazione, il vino diventa un vettore di trasformazione dei costumi, un mezzo per orientare i consumi verso forme più equilibrate e per promuovere una cultura della misura coerente con i principi repubblicani. All’interno di questa geografia del gusto, il Vino Nobile di Montepulciano occupa una posizione centrale. Jefferson non lo sceglie per prestigio o esotismo, ma attraverso un processo di valutazione progressiva, basato sull’esperienza diretta e sul confronto con altri vini europei. La sua preferenza si consolida nel tempo, trasformandosi in criterio stabile. Le lettere e i registri testimoniano una conoscenza approfondita e una richiesta sistematica, che rivela un giudizio fondato sulla coerenza tra qualità sensoriale, reputazione e compatibilità con il suo ideale di moderazione. Il Montepulciano si distingue, agli occhi di Jefferson, per il suo carattere secco, equilibrato e misurato. Queste caratteristiche non sono semplici qualità organolettiche, ma riflettono un modello di civiltà del gusto, in cui intensità e controllo si combinano senza eccessi.
La sua scelta, dunque, non è privata, ma esprime una visione più ampia: il riconoscimento di un prodotto che incarna un equilibrio tra territorio, tecnica e cultura, e che può essere integrato in un progetto di formazione civile. Il libro ricostruisce allora la lunga storia del vino di Montepulciano, mostrando come esso si sia affermato nel tempo attraverso un processo di costruzione della reputazione. Dalle origini antiche alla codificazione moderna, il vino - quel vino - si configura come espressione di una civiltà territoriale, capace di coniugare tradizione e innovazione. Il termine “nobile”, non a caso, emerge progressivamente come indicatore di qualità: non nel senso di lusso ostentato, ma come sintesi di equilibrio, riconoscibilità e durata. In questa prospettiva, la scelta di Jefferson assume un significato ulteriore: rappresenta l’incontro tra una giovane repubblica che nasce e una tradizione europea consolidata, tra un progetto politico e una cultura materiale, sperimentata nei secoli. Il vino diventa così un ponte tra mondi diversi, un elemento attraverso cui si realizza una forma di integrazione culturale che non cancella le differenze, ma le mette in relazione. Il libro mostra inoltre come questa dimensione si sviluppi nella pratica della convivialità. Durante la presidenza, Jefferson utilizza le cene come strumenti di mediazione politica, creando spazi in cui il dialogo può svolgersi in modo più disteso. La scelta dei vini contribuisce a costruire un ambiente favorevole al confronto, trasformando la tavola in un dispositivo di relazione. In questo senso, il vino anticipa una forma di soft power, basata non sulla coercizione ma sull’attrazione e sulla capacità di rendere condivisibile un certo stile di convivenza. Questa funzione si prolunga nel tempo, trovando espressione nelle pratiche diplomatiche successive, in cui il vino diventa strumento di rappresentazione e di dialogo tra Stati. Il percorso inaugurato da Jefferson contribuisce così a definire una tradizione - che arriva fino alla Casa Bianca di oggi - in cui il gusto assume un valore politico, capace di rafforzare identità e relazioni internazionali. Il volume non ignora tuttavia le contraddizioni che attraversano questa storia. La riflessione sulla libertà si sviluppa infatti all’interno di un contesto segnato dalla presenza della schiavitù, che introduce una tensione profonda tra ideali dichiarati e realtà sociale. E il vino si colloca anch’esso dentro questa ambivalenza, in quanto la sua coltivazione in America a lungo ancora vedrà gli schiavi come primi attori di quelle dure fatiche nei campi. Riconoscere questa dimensione non indebolisce tuttavia l’analisi, ma ne accresce la complessità, mostrando come il “gusto della libertà” si formi in un processo storico non lineare, segnato da limiti e aperture.
Il libro, in definitiva, propone una chiave di lettura innovativa: la libertà come esperienza sensibile, che si costruisce attraverso pratiche concrete e relazioni culturali. Seguendo infatti il filo del Vino Nobile di Montepulciano, emerge una storia che unisce politica, economia e cultura, rivelando come il gusto possa diventare una forma di conoscenza e un principio di organizzazione della vita collettiva. Il “gusto della libertà” non è dunque una metafora, ma una realtà storica: un modo di intendere la libertà come capacità di scegliere, di riconoscere la qualità e di costruire legami tra mondi diversi. In questa prospettiva, il vino diventa il luogo in cui questa esperienza si rende visibile, offrendo una chiave per comprendere non solo Jefferson, ma il processo stesso di formazione della modernità politica che la Dichiarazione di Indipendenza, da 250 anni, incarna per tutto il mondo.
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