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DIBATTITO

Una critica nazionale forte per creare valore intorno all’annata: il pensiero di Andrea Lonardi

Dal giudizio sulla 2018 del Brunello, le proposte, a WineNews, del Coo Angelini Wines & Estates (e, stando ai rumors, prossimo Master of Wine)

In vigna e in cantina, è compito di agronomi ed enologi declinare al meglio l’annata, capirne le peculiarità, accettarne i limiti ed esaltarne i pregi. È un processo lungo, ma fondamentale per costruire il prestigio di un territorio e di un’azienda. Compito della critica, invece, è quello di giudicare il risultato di tali sforzi. Senza limitarsi al momento dell’assaggio, che spesso e volentieri concentra in una finestra di poche ore il giudizio su anni di lavoro. C’è, al contrario, bisogno di approfondire, conoscere, analizzare e, appunto, cogliere quelle unicità che rendono ogni annata diversa dall’altra, per poi raccontarla e per creare valore. Ci vuole, in sostanza, una piccola rivoluzione culturale, ma anche un processo di crescita ed evoluzione del mondo della critica, tutt’altro che semplice, e che merita di essere approfondito. Partendo da Montalcino, la terra del Brunello, denominazione che, per prima, e più di ogni altra, ha puntato da anni sul concetto di annata.

A tracciare il sentiero, insieme a WineNews, è Andrea Lonardi, direttore operativo di Angelini Wines & Estates (e, stando ai rumors, prossimo Master of Wine italiano, ndr), con un contributo costruttivo e positivo ad un dibattito che da tempo cova sotto la cenere, sulla necessità, per l’intero sistema vino italiano, di una critica italiana forte. “La mia riflessione nasce a Montalcino perché è l’unico territorio italiano ad aver deciso di sposare l’annata. Di per sé, è un aspetto distintivo ed interessantissimo, ma dobbiamo imparare a gestirla, per farne uno strumento che crei valore, non che lo distrugga. In questo senso, l’annata va giudicata rispetto al suo modello, non alle annate precedenti”. Una riflessione che nasce dalla “presa di posizione di gran parte della critica italiana sull’annata 2018 del Brunello di Montalcino, raccontata come una vendemmia sotto le aspettative e con vini diluiti”, che ha rafforzato la convinzione che “il vino italiano debba sostenere la rinascita di una critica nazionale forte, per essere più rispettati nel mondo”.

La 2018 - continua Lonardi - non è una delle migliori annate della decade, ma non è neanche la peggiore come corre il rischio di essere considerata. Lo stile evidenziato nella 2018 non è solo frutto dell’annata ma forse anche di una percorso che alcuni produttori stanno forzando? In questo senso, se ci dovessimo aprire a un approccio mono-dimensionale “migliore vs peggiore” - tipicamente italiano - il risultato sarebbe una moltitudine di giudizi puramente soggettivi, con preferenze che potrebbero essere molto diverse tra loro e, in alcuni casi, sorprendenti, e questo sarebbe ancora più italiano e rischioso. Montalcino, denominazione che punta al concetto di annata, proprio come Bordeaux, non ha bisogno di questo. Dobbiamo coinvolgere un nucleo di giornalisti italiani per costruire insieme il giudizio dell’annata”.

E questo percorso deve portare ad una “valutazione dell’annata che deve essere vissuta come momento di creazione di valore, aspetto in cui Montalcino è la prima denominazione d’Italia. La stampa internazionale è parte di questo sistema, attraverso un approccio a diversi livelli. Il primo livello di analisi attribuisce il livello dell’annata (rating della vendemmia); il secondo livello prevede non la ricerca e l’elenco dei difetti rispetto ad un’altra vendemmia, ma l’esaltazione del miglior pregio che quella vendemmia porta con sé; il terzo livello, infine, premia i produttori che meglio interpretano quell’elemento caratterizzante di quell’annata, e/o determinate zone - che non saranno le stesse ogni anno - dando così tutt’altro dinamismo e complessità al dibattito che poi porta alla valutazione dell’annata”.

Che l’analisi parta da Montalcino non è un caso, perché la strada intrapresa, coraggiosamente, va percorsa con convinzione, ed è in questo senso che, dice ancora Andrea Lonardi, “vorrei, come produttore, dare un contributo costruttivo e concreto, e in tal senso auspico un’analisi a strati, in cui l’assegnazione del rating dell’annata dovrà essere quanto più ferrea possibile, anche aiutandosi, come fanno altri territori, di moderni algoritmi, che leghino gli andamenti stagionali. Il giudizio generale, del resto, è quello che attribuisce con chiarezza assoluta l’entità del valore aggiunto all’annata. Per questa ragione, l’attacco all’annata non solo le toglie prestigio, ma ne rende difficile anche la sua commercializzazione: si può avere, come si dice a Bordeaux, un’annata minore, ma magari si tratta di un’annata da consumare prima di un’altra annata, o un’annata che premia alcuni produttori, o alcune zone, rispetto ad altre. Apprezzo e caldeggio la strada intrapresa da Montalcino - che negli anni ha sempre dimostrato di saper affrontare dinamiche molto sfidanti - di legarsi sempre di più al racconto dell’annata. Per farlo, però, abbiamo bisogno di una critica solida, che aggiunga valore e individui con precisione i pro e i contro di una vendemmia. Soprattutto, valorizzando il miglior pregio dell’annata e chi l’ha interpretato al meglio: quello è il vero racconto della tipicità e del legame del vitigno al luogo di appartenenza”.

Seguendo, conclude Lonardi, “l’esempio radicato in tutte le grandi denominazioni del mondo che hanno intrapreso il legame all’annata. Spero diventi uno scenario possibile anche per Montalcino. Per questo motivo, credo si tratti di un’occasione che la stampa nazionale debba saper cogliere, interpretare e fare propria. Per intraprendere questa direzione sono necessari nuovi strumenti e risorse (umane), che guidino il sistema denominazione/stampa in questa direzione. Sarebbe – finalmente - un grande segnale e una pagina nuova del vino italiano nel mondo”.

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