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L’obbligo di origine del latte in etichetta. Da domani prodotti lattiero-caseari più trasparenti, consumatori più informati e made in Italy più tutelato, nel Paese primo importatore di “latte equivalente” al mondo, con 24 milioni di litri al giorno

Con l’etichettatura di origine obbligatoria per il latte a lunga conservazione e dei suoi derivati si realizza un altro passo importante nella direzione della trasparenza dell’informazione ai consumatori e nella lotta alla contraffazione del made in Italy, ma anche un passo ulteriore per ridurre sempre di più quel terzo di spesa degli italiani che resta ancora anonima. Emerge dalle dichiarazioni in occasione dell’entrata in vigore dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine del latte e dei prodotti lattiero-caseari prevista dal decreto “Indicazione dell’origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattieri caseari, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011 firmato dai ministri delle Politiche Agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.
Il Ministero delle Politiche Agricole ha comunicato che dal 19 aprile 2017 è obbligatoria in etichetta l’indicazione dell’origine della materia prima dei prodotti lattiero-caseari in Italia come ad esempio il latte UHT, il burro, lo yogurt, la mozzarella, i formaggi e i latticini. L’obbligo si applica al latte vaccino, ovicaprino, bufalino e di altra origine animale, mentre restano esclusi quei prodotti già normati: i prodotti Dop e Igp, che hanno già disciplinari relativi anche all’origine, e il latte fresco già tracciato.
“Questo è un traguardo storico per il nostro Paese - ha affermato il Ministro Maurizio Martina - che ci consente di creare un nuovo rapporto tra produttori e consumatori. Siamo da sempre in prima linea nella costruzione di politiche di massima informazione e trasparenza nei confronti di chi acquista prodotti agroalimentari e questa scelta lo dimostra: una sperimentazione che ora auspichiamo possa trasformarsi in uno standard europeo. I cittadini devono essere informati per poter scegliere consapevolmente cosa mettere a tavola. Questo vuol dire tutelare il made in Italy, il lavoro dei nostri allevatori e fa crescere una vera e propria cultura del cibo. La nostra battaglia in Europa quindi non finisce qui. Andiamo avanti collaborando ancora con la Commissione per rafforzare sempre più gli strumenti a disposizione e affermare così un modello distintivo di qualità ed eccellenza.”
L’entrata in vigore dell’obbligo di indicare l’origine del latte in etichetta si conclude dopo quasi un anno un percorso, iniziato il 31 maggio 2016 a Milano nella giornata nazionale del latte organizzata dalla Coldiretti “contro le speculazioni insostenibili sui prezzi alla stalla, e sta portando - spiega una nota - ad un sostanziale aumento dei compensi riconosciuti agli allevatori senza oneri per i consumatori. 1,7 milioni di mucche da latte presenti in Italia ma anche pecore e capre possono finalmente mettere la firma sulla propria produzione di latte, burro, formaggi e yogurt, garantita da livelli di sicurezza e qualità superiore, grazie al sistema di controlli realizzato dalla rete di veterinari più estesa d’Europa. Ma anche ai primati conquistati a livello comunitario con la leadership europea con 49 formaggi a denominazione di origine realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione: l’obbligo di indicare l’origine in etichetta salva dall’omologazione l’identità di ben 487 diversi tipi di formaggi tradizionali, censiti a livello regionale territoriale e tutelati perché realizzati secondo regole tramandate da generazioni, che permettono anche di sostenere la straordinaria biodiversità delle razze bovine allevate a livello nazionale”.
“Con l’etichettatura di origine - sostiene ancora Coldiretti - si dice finalmente basta all’inganno del falso made in Italy con tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia che sono stranieri, cosi come la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, senza che questo sia stato obbligatorio fino ad ora riportarlo in etichetta”: “l’Italia è diventata il più grande importatore mondiale di latte: fino ad ora dalle frontiere italiane passano ogni giorno 24 milioni di litri di “latte equivalente” tra cisterne, semilavorati, formaggi, cagliate e polveri di caseina - ha denunciato il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo - per essere imbustati o trasformati industrialmente e diventare fino ad ora magicamente mozzarelle, formaggi o latte italiani, all’insaputa dei consumatori. L’assenza dell’indicazione chiara dell’origine del latte a lunga conservazione, dei formaggi o dello yogurt non ha consentito di conoscere un elemento di scelta determinante per le caratteristiche qualitative, ma impedisce anche ai consumatori di sostenere le realtà produttive nazionali e con esse il lavoro e l’economia del vero made in Italy. Si tratta insomma di un importante segnale di cambiamento anche a livello comunitario dove occorre proseguire nell’impegno per la trasparenza”.
Ma esattamente cosa cambia da domani? L’origine del latte e dei derivati dovrà essere indicata in etichetta in modo chiaro, visibile e facilmente leggibile con due diciture: “Paese di mungitura: nome del Paese nel quale è stato munto il latte” e “Paese di condizionamento o trasformazione: nome del Paese in cui il prodotto è stato condizionato o trasformato il latte”. Qualora il latte o il latte utilizzato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari sia stato munto, confezionato e trasformato nello stesso Paese, si può utilizzare una sola dicitura, come ad esempio: “Origine del latte: Italia”. Se le fasi di confezionamento e trasformazione avvengono nel territorio di più Paesi, diversi dall’Italia, possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le diciture “Latte di Paesi UE”, se la mungitura avviene in uno o più Paesi europei, e “Latte condizionato o trasformato in Paesi UE” se queste fasi avvengono in uno o più Paesi europei. Se le operazioni avvengono al di fuori dell’Unione europea, verrà usata la dicitura “Paesi non UE”.
Insomma, “Solo per i prodotti con latte munto, condizionato e trasformato in Italia, si potrà scrivere in etichetta “Origine del latte: Italia” Se non c’è questa dicitura - sottolinea il presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti - vuol dire che almeno una fase del processo non è stata fatta nel nostro Paese. Il provvedimento è un banco di prova per dare ai nostri consumatori ulteriori elementi informativi per effettuare acquisti con consapevolezza. In ossequio alle migliori tradizioni che ci fanno riconoscere nel mondo come eccellenza, c’è finalmente piena trasparenza che permette di valorizzare il made in Italy”. Piena trasparenza che risponde però anche alle esigenze degli italiani, che secondo la consultazione pubblica online del Ministero delle politiche agricole, in più di 9 casi su 10, considerano molto importante che l’etichetta riporti il Paese d’origine del latte fresco (95%) e dei prodotti lattiero-caseari quali yogurt e formaggi (90,84%), mentre per oltre il 76% lo è per il latte a lunga conservazione.
Intanto è partito il monitoraggio della Coldiretti che ha raccolto i campioni di latte in vendita nei principali supermercati e negozi italiani: 2 confezioni di latte a lunga conservazione su 3 sono già in regola con la nuova etichetta di origine che consente di smascherare il latte straniero spacciato per italiano. La situazione è più variegata per yogurt e formaggi anche perché il provvedimento prevede che sarà possibile, per un periodo non superiore a 180 giorni, smaltire le scorte con il sistema di etichettatura precedente anche per tenere conto della stagionatura.
L’obbligo di indicare in etichetta l’origine è una battaglia storica della Coldiretti che, con la raccolta di un milione di firme alla legge di iniziativa popolare, ha portato all’approvazione della legge n. 204 del 3 agosto 2004. Da allora molti risultati sono stati ottenuti, anche in Europa: dal 7 giugno 2005 è scattato l’obbligo di indicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco e il 17 ottobre 2005 l’obbligo di etichetta per il pollo made in Italy, mentre a partire dal 1° gennaio 2008 quello di etichettatura di origine per la passata di pomodoro. A livello comunitario il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002, mentre dal 2003 è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal 1 gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto.
Purtroppo l’etichetta non indica la provenienza di molti altri alimenti, dai salumi al concentrato di pomodoro ai sughi pronti, dai succhi di frutta fino alla carne di coniglio: 2 prosciutti su 3 sono venduti come italiani, ma provengono da maiali allevati all’estero, ma anche un pacco di pasta su tre è fatto con grano straniero senza indicazione (in attesa dell’ok di Bruxelles al decreto per l’introduzione dell’etichetta d’origine), come pure i succhi di frutta o il concentrato di pomodoro dalla Cina o il pane. Il prossimo passo è l’entrata in vigore dell’obbligo di indicare l’origine del grano impiegato nella pasta, come previsto nello schema di decreto che introduce l’indicazione obbligatoria dell’origine del grano impiegato nella pasta. Percorso sostenuto dai Ministri delle Politiche Agricole, Maurizio Martina e dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che hanno annunciato anche un analogo decreto per il riso.

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