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IL CASO

Il “caro gelato” tra “shrinkflation” e aumento dei costi, sotto la lente di Altroconsumo

Analisi di un fenomeno che ha visto coni e coppette per consumo domestico aumentare del 40% (con picchi del 75%) in 5 anni, ben oltre l’inflazione
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Il “caro gelato” tra “shrinkflation” e aumento dei costi (ph: Altroconsumo)

Costi di produzione e materie prime in aumento e inflazione, come accade per tutte le merci ed i beni, ma anche la “shrinkflation”, ovvero quel fenomeno per cui le porzioni di un certo prodotto confezionato si riducono ed il prezzo unitario resta lo stesso di prima. Sono questi, in estrema sintesi, i motivi dietro al rincaro di un prodotto molto in voga di questi tempi, e con questo caldo, come i gelati confezionati, piccolo sfizio di fine pasto, o magari merenda, che milioni di italiani consumano ogni giorno. Almeno secondo l’indagine di Altroconsumo, stando alla quale i prezzi di coppette, coni e così via da consumare a casa, negli ultimi 5 anni, sono aumentati di quasi il 40%, ben oltre l’inflazione alimentare, con picchi del 75% al chilo per alcuni marchi della grande distribuzione.
“Quella che i gelati confezionati siano diventati, con il passare degli anni, sempre più piccoli è un’impressione piuttosto diffusa. Stecchi che stanno sul palmo di una mano - sottolinea Altroconsumo - e cornetti che, estate dopo estate, si riducono a vista d’occhio. Ma non è l’unico fenomeno che interessa uno degli snack più iconici dell’estate, perché in modo inversamente proporzionale, al diminuire delle dimensioni sono cresciuti i prezzi. Un fattore non di certo nuovo: l’impennata dei generi alimentari è un elemento importante e che osserviamo da tempo, tanto che anche l’autorità Antritrust sta indagando per fare luce e cercarne le cause reali. Ad aver contribuito a far lievitare i costi finali per i consumatori ci sono poi fattori come la crisi energetica e i rincari dei prezzi delle materie prime, come l’aumento dei prezzi del cacao e la forte volatilità dei prezzi, che hanno reso la produzione di gelati meno conveniente per le stesse aziende”.
Secondo i dati Istat, i gelati hanno registrato in soli 5 anni aumenti del 39,6%. Nel 2022 si è registrata la prima vera impennata: i prezzi hanno subito un balzo del +13% sul 2021. Una situazione analoga c’è stata poi nel 2023, quando i prezzi sono saliti nuovamente, registrando un’impennata ulteriore del 16% sul 2022. Fenomeno che si osserva anche per altri prodotti alimentari, come dimostra l’ultima indagine sui prezzi di pizza e bibita svolta ad aprile, in cui sono stati riscontrati rincari fino al 26% sul 2021. Questa crescita straordinaria, sottolinea Altroconsumo (qui l’indagine completa), è legata principalmente alla crisi energetica e logistica: nel biennio 2022-2023, infatti, i prezzi alimentari hanno registrato un aumento storico in Italia, con un’inflazione media annua per questi beni del +8,8% nel 2022 e del +9,8% nel 2023. Dati alla mano, i prezzi dei gelati sono aumentati più rispetto all’inflazione dei generi alimentari.
Ma tra le motivazioni dietro i rincari dei gelati, troviamo anche la già citata “shrinkflation”, il fenomeno che rimpicciolisce le confezioni dei prodotti, ma non i loro prezzi. “Per fare alcuni esempi, basti pensare che il Magnum Classic 5 anni fa pesava 79 grammi, oggi ne ha persi 4 e il suo peso finale è di 75. Stesso discorso per la Coppa del Nonno: 5 anni fa il prodotto conteneva 72 grammi, oggi siamo a 65. Il Maxibon al momento pesa 96 grammi, ma in 5 anni ne ha persi 6 (nel 2021 era da 102 grammi). La perdita di peso comporta, però, una crescita del prezzo a porzione: per acquistare un Magnun Classic oggi spendiamo il 26% in più di 5 anni fa, per un Maxibon il 43% in più e per la Coppa del Nonno il 25% in più. Questo significa che l’aumento dei prezzi al chilo è ancora più alto di quelli a porzione: rispetto al 2021, infatti, quello del Maxibon è aumentato del 53%, seguito dalla Coppa del Nonno (+38%) e Magnum Classic (+32%)”, spiega Altroconsumo.
E se qualcuno potrebbe pensare che la riduzione delle porzioni è legata ad un aspetto nutrizionale, i numeri dicono, secondo Altroconsumo, che così non è. “I vantaggi nutrizionali della riduzione della porzione sono ridotti o soggetti a interpretazioni contrastanti. Le calorie per porzione sono, infatti, le stesse, o leggermente più basse, e i grassi totali e i saturi sono spesso gli stessi rispetto al 2021”, con cambiamenti dovuti più che altro a riformulazioni della ricetta, sostituendo, in alcuni casi, il burro al più economico grasso di cocco, per esempio. Ma, sottolinea Altroconsumo, “al contesto si aggiunge ulteriore complessità dovuta alla presenza nei supermercati di alcuni formati che possono confondere. Esistono confezioni per lo stesso prodotto, ma con diversa porzione. Prendiamo il caso del Cornetto Algida: c’è la confezione che contiene 6 cornetti da 75 grammi l’uno, ma anche quella con 8 Cornetti in cui il singolo gelato è da 60 grammi. E il prezzo al chilo non scende, anzi: il formato da 6x75 grammi costa circa 13,32 euro, mentre quello da 8x60 grammi circa 14,50 euro. Quindi quel che il consumatore può fare, è di guardare il prezzo al chilo e scegliere di conseguenza”.
Ad aiutare un po’ i consumatori di gelato e non solo, però, potrebbe essere la legge, come spiega Emanuela Bianchi, esperta di alimentazione e prodotti alimentari: “dopo una serie di rinvii, dovuti soprattutto al confronto con la Commissione Europea, entra finalmente in vigore la norma del Codice del consumo che introduce un nuovo obbligo di informazione sulla shrinkflation. Quando un prodotto viene venduto in una confezione più piccola senza una corrispondente riduzione del prezzo, i consumatori dovranno essere informati in modo chiaro. L’obiettivo è rendere più facile accorgersi delle riduzioni di quantità e valutare con maggiore consapevolezza il reale costo del prodotto”.

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