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Adnkronos

Vino: Brunello e Barolo al vertice nelle carte dei vini di New York, Londra e Los Angeles … Indagine Nomisma Wine Monitor per Benvenuto Brunello... La presenza nella ristorazione, per il vino, è fondamentale. Altro non fosse perchè quello dei ristoranti d’Italia e del mondo è un canale strategico per i produttori di vino di qualità. Ed il Belpaese enoico, in questo senso, non è messo male, almeno secondo l’indagine di Nomisma Wine Monitor rivelata a Benvenuto Brunello, da oggi al 24 febbraio, nella città che da i natali ad uno dei più grandi rossi d'Italia e del mondo (con un annata 2015 in degustazione che per la metà, in due mesi, è già stata venduta sul mercato) che, insieme al Barolo, guida la presenza di vino tricolore nell carte dei vini del mondo. Almeno, prendendo come campione due città che sono “capitali del mondo”, come Londra in Uk e New York, in Usa, oltre che San Francisco, una delle città di riferimento della California, stato Usa più importante dal punto di vista del vino. Mercati dove l’on trade supera a valore in media il 40% dei consumi, con l’indagine che si è focalizzata sulle wine-list di 850 ristoranti, per un totale di quasi 216.000 referenze. Con oltre 45.000 referenze registrate, il 22% del totale, di cui 27.000 di vino rosso, l’Italia è al secondo posto tra i Paesi di origine presenti nelle wine-list, dietro, “ça va sans dire”, alla Francia. E una grande fetta arriva dai rossi italiani, in particolare da quelli toscani e piemontesi che, a New York, rappresentano i 3/4 delle etichette made in Italy della tipologia, mentre a San Francisco sommano il 68% e a Londra il 64%. A distanza, seguono i rossi di Veneto, Sicilia, Campania e Puglia. Vendendo ai principali alfieri del vino italiano, Brunello e Barolo comandano la schiera dei vini italiani più presenti nelle wine-list dei ristoranti di New York, San Francisco e Londra con prezzi medi stellari, da 320 a più di 400 dollari a bottiglia. Ma c’è ancora molto da fare rispetto al posizionamento dei competitor Bordeaux e Borgogna. Diversi i punti di forza dimostrati dai vini italiani - in particolare da quelli piemontesi e toscani che si alternano in cima alle presenze regionali del Belpaese (Piemonte primo a New York e San Francisco, Toscana in testa a Londra) - a partire dal numero complessivo delle etichette in carta, ha sottolineato Denis Pantini, fino a un’incidenza media che sale in maniera direttamente proporzionale alla fascia di prezzo del ristorante. I punti di debolezza sono però evidenti e riguardano un posizionamento che solo in parte prescinde dalla cucina italiana (nei 2/3 dei casi i vini in carta a New York si trovano nei ristoranti made in Italy), un prezzo medio che seppur alto non è paragonabile ai campioni francesi, un en plein dei cugini d’Oltralpe sul fronte delle referenze, primi a New York, San Francisco e Londra. “I dati estratti oggi dal rapporto - ha detto il presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci - sono fondamentali per capire l'esatto posizionamento della nostra denominazione in tre mercati strategici. Non ci possiamo lamentare se si guarda indietro, ma nemmeno cantare vittoria senza provare a competere con i pochi che ci stanno davanti, perché siamo convinti che il gap sia commerciale e non legato alla qualità del prodotto”. Ma stando sull’attualità è sottolineare che oltre la metà della produzione dell’annata 2015 - in assaggio in questi giorni insieme alla Riserva 2014 e al Rosso 2018 - già consacrata come grandissima dalla critica internazionale, è praticamente già venduta. “Dal 16 novembre ad oggi - ha aggiunto Bindocci - abbiamo già distribuito 5 milioni di fascette Docg, su una produzione di una grandissima annata che è stata inferiore ai 10 milioni di bottiglie. Le cose stanno andando ben oltre le nostre più rosee aspettative e ne siamo felici. Anche per come sta andando il Rosso di Montalcino”. Il grande rosso di Toscana, dunque, viaggia con il vento in poppa, ma per capire “come evolvono i mercati, magari anche per sapere dove per noi c'è più domanda che offerta e viceversa, e quindi anche per tarare investimenti per promozione ed eventi, stiamo mettendo in piedi un vero e proprio progetto di Business Intelligence - spiega il vicepresidente Stefano Cinelli Colombini - grazie al quale avremo dati trimestrali anche sui prezzi minimi, massimi e medi a cui si vende il Brunello di Montalcino nel mondo, dove si vende e a chi si vende. Grazie alla partnership che abbiamo avviato con il portale Wine-Searcher, che è il più grande motore di ricerca di prezzi e quotazioni sul vino nel mondo, che monitora e verifica i prezzi di decine di migliaia di enoteche e ristoranti, ed a Valoritalia, che, insieme all’Università di Firenze, può elaborare dati di vendita che ogni cantina può scegliere di inviare, ovviamente in forma anonima. Uno strumento, questa Business Intelligence, a disposizione dei produttori e di un Consorzio, quello del Brunello di Montalcino, che rappresenta il 98,7% della produzione. In un territorio che, pur avendo grande storia e tradizione, è da sempre anche terra di innovazione”. Uno strumento in più per fare crescere ancora il Brunello di Montalcino, che è comunque ai vertici tra i grandi vini del mondo, come racconta ancora la ricerca di Wine-Monitor sulle carte dei ristoranti. In particolare a New York, dove è risultato terzo tra le grandi denominazioni rosse con un prezzo medio fissato a 382 dollari a bottiglia per quasi 2.000 referenze e una presenza al 57% nei 350 locali selezionati, dato che sale considerevolmente se riferito alla ristorazione di alta fascia. Minore, ma di tutto rispetto, il prezzo medio (319 dollari) e la presenza nei ristoranti a San Francisco (al 46%), piazza di riferimento per i prodotti della Napa Valley. A Londra la concorrenza francese al Brunello (al decimo posto) è feroce con 4 denominazioni rosse nella top 10, anche se rimane alto il prezzo medio: 339 sterline e 400 referenze. Anche Oltremanica l’incidenza media del principe dei vini toscani nelle carte dei vini (36%) registra un fortissimo rialzo nei ristoranti di lusso: nel campione, infatti, questa tipologia vale solo l’8% dei menù considerati ma raggruppa il 36% delle referenze di Brunello. Insomma, una Denominazione in grande salute, e che pensa ad un futuro che è fatto anche di “resistenza” alla sirene del mercato. “Almeno nel breve termine i produttori, tutti, non hanno intenzione di vedere crescere gli ettari vitati a Brunello, 2.100 dal 1997. D’altronde - spiegano Bindocci e Cinelli Colombini - già ad ora potremmo aumentare la produzione, perchè di fatto nessuna azienda, grande o piccola, produce il massimo di uva per ettaro consentito dal disciplinare di produzione. Semplicemente perchè è un territorio che ha scelto di puntare sulla qualità, e quindi a produrre meno del suo massimo possibile, ma meglio. Ed è sulla valorizzazione di quello che già facciamo che dobbiamo puntare, non sulla crescita della quantità”.

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