Crescono le startup AgriFoodTech in Italia operanti in tutta la filiera, sono 571 nel 2026 (erano 550 l’anno scorso), aumentano gli investimenti che hanno toccato i 122 milioni di euro (+18% nel 2025 sul 2024) e si registra anche uno sviluppo e una riduzione del gap con i benchmark europei Germania, Francia e Spagna. È la fotografia del Rapporto 2026 “La Trasformazione tecnologica dell’agroalimentare Made in Italy: il contributo delle startup e la sfida dell’intelligenza artificiale”, promosso da Federalimentare e presentato, oggi, alla Camera dei Deputati a Roma.
“La forza del made in Italy risiede nelle competenze e nella capacità di saper trasmettere i saperi - ha detto, collegandosi in videomessaggio, il Ministro del Made in Italy, Adolfo Urso - vogliamo costruire un’infrastruttura del sapere che valorizzi le eccellenze produttive anche attraverso il passaggio generazionale delle competenze nelle aziende per rafforzare la competitività nazionale”.
Il documento ha evidenziato come il settore - un ecosistema dove operano 20 centri di ricerca e 15 fra fondi specializzati, incubatori e acceleratori, e i cui numeri, spiega lo studio, “sono destinati ad aumentare e si considera che il valore di tutta la filiera agroalimentare in Italia ha superato i 700 miliardi di euro con un peso pari al 32% del Pil nazionale” - pur presentando segnali di rafforzamento sul 2025, necessita ancora di un importante sforzo per consolidare e potenziare la leadership italiana in quest’era di forti cambiamenti. A partire dall’aiuto che può fornire l'Intelligenza artificiale, un fattore ritenuto abilitante della trasformazione tecnologica per tutte le imprese, le cui potenzialità offerte “sono capaci di migliorare efficienza e performance nei diversi segmenti della filiera, destinate a giocare un ruolo sempre più rilevante nella trasformazione strutturale del settore” e intorno alla quale “imprese, grandi, medie o piccole, dovranno ridisegnare il loro business”, evidenzia il report.
Per Paolo Mascarino, presidente Federalimentare, “l’industria alimentare italiana, che nel 2025 ha segnato nuovi record con oltre 200 miliardi di euro di fatturato e 59 miliardi di euro di export, si conferma un successo globale perché rappresenta quello che il mondo cerca: qualità, gusto, tradizione, fiducia. Per sostenere il suo sviluppo anche in futuro, l’innovazione sarà alla base della competitività del settore, anche per seguire i nuovi trend dell’alimentazione mondiale”.
Ma si può fare meglio, e ancora di più, sottolinea il vicepresidente nazionale Confagricoltura, Luca Brondelli di Brondello: “in Italia si investe nel settore agrifood, ma non abbastanza rispetto all’estero. Per essere davvero competitivi dovremmo almeno raddoppiare i 122 milioni di euro investiti nel 2025 - ha detto - una delle sfide principali è rendere queste innovazioni, dall’Intelligenza artificiale alla digitalizzazione dei processi, accessibili anche alle piccole-medie imprese, che costituiscono gran parte del nostro tessuto produttivo. Mentre un’altra sfida fondamentale è il rientro dei talenti: molti giovani oggi fondano startup all’estero e per riportarli in Italia non bastano incentivi fiscali, serve coinvolgerli in un vero progetto di innovazione del Paese”.
Secondo Marco Gaiani, Founder & Partner del Fondo Linfa (venture capital interamente dedicato al settore AgriFoodTech), “l’osservatorio Federalimentare restituisce un ecosistema AgriFoodTech che respira, anche in momenti di grande incertezza geopolitica: gli investimenti che tornano a crescere, il numero di fondi e acceleratori che si rinforzano e le startup che proliferano sono segnali solidi - ha spiegato - ma il dato che ci preoccupa è la traiettoria di crescita delle startup: il 58% rimane in fase seed, il 28% in post-seed. Abbiamo un problema di scalabilità, non di innovazione di partenza. Parallelamente, l’Intelligenza artificiale sta cominciando a impattare concretamente l’agroalimentare, il 31% delle startup mappa Ai come driver, ma la maturità è ancora eterogenea. Questa è la grande opportunità da cogliere, e per coglierla serve ancora infrastruttura: dati standardizzati, banda rurale, piattaforme condivise. Per questo crediamo che il prossimo passo non sia moltiplicare i fondi seed, ma costruire capacità di crescita”.
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