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FINE WINES

Borgogna: come cambia, dopo un 2019 in calo, la regina del mercato secondario dei fine wines

Dopo il +445% in 16 anni giù le quotazioni di Romanée-Conti e non solo, ma cresce il numero di etichette scambiate, con la 2018 già sotto i riflettori

Da quando il Liv-ex, nel 2003, ha introdotto gli indici regionali, nessuno ha performato come il Burgundy 150, cresciuto in 16 anni del +445%, contro il +235% del Liv-ex 50, il +248% del Liv-ex 1000 ed il +202% del Liv-ex. Una crescita spettacolare quanto recente, come racconta il report “Burgundy: after the peak”, firmato dal benchmark del mercato secondario dei fine wine: l’offerta limitata, i raccolti decisamente bassi degli ultimi anni e la Sterlina debole hanno contribuito in modo determinante al boom registrato nel periodo tra giugno 2016 e dicembre 2018, durante il quale le quotazioni sono cresciute dell’86,2%. Da quel momento, però, qualcosa è iniziato a cambiare, ed il Burgundy 150 ha chiuso il 2019 con un calo dell’8,8%, battuto nettamente dall’Italy 100, dallo Champagne 50 e dal Rhone 100. I prezzi decisamente alti, il mercato saturo e le tensioni internazionali - politiche ed economiche - hanno spinto gli investitori in alcuni casi a vendere le bottiglie di Borgogna più quotate, in altri a puntare su vini capaci di garantire una valorizzazione maggiore partendo da prezzi inferiori, forti ovviamente di nomi e storie importanti, oltre che di eccellenti annate in commercio: tutte caratteristiche che accomunano, in particolar modo, Champagne e grandi territori del Belpaese, da Barolo a Bolgheri passando per il Brunello di Montalcino.
Allo stesso modo, però, tanto si sta muovendo all’interno della stessa Borgogna. Il Burgundy 150, infatti, non è che la rappresentazione plastica del vertice qualitativo della Regione, ma le etichette scambiate, in totale, sono state ben 21.160, in crescita del +35% nel 2019, proprio per la necessità, in un mercato saturo, di trovare nuovi canali, ossia nuove aziende - di secondo e terzo livello - e nuove bottiglie su cui investire. Così, la quota sul mercato secondario dei fine wine dei vini di Borgogna è arrivata al 20% del totale, e se, nel 2010, il 95% era appannaggio dei vini di Bordeaux, da allora il numero delle etichette borgognone scambiate è salito del +900%, includendo oggi, al fianco di Domaine de la Romanée-Conti, Leflaive, Coche Dury e Roumier, griffe meno prestigiose ma non per questo meno rilevanti, come Coquard Loison Fleurot, Drouhin Laroze, Fontaine Gagnard e Prieure Roch.
Una evoluzione inevitabile, specie se guardiamo l’andamento dei prezzi delle etichette top, cresciuti per i Borgogna rossi del 43% tra il 2017 ed il 2019, a ben 16.039 sterline a cassa, mentre i Borgogna bianchi, cresciuti del 25%, hanno toccato le 2.987 sterline a cassa. Spinti in modo particolare dalle mitiche etichette di Domaine de la Romanée-Conti, anche se il loro peso oggi non è più quello di qualche anno fa: nel 2002, infatti, rappresentavano il 96% degli scambi del mercato secondario dei fine wine di Borgogna, oggi solo il 25%, ma la perdita dell’8,4% del valore delle sue etichette - Richebourg -15,4%, La Tache -12,4% ed Echezaux -10,5% - ha comunque inciso sul calo del Burgundy 150. Prezzi che, al di là del calo, tutto sommato fisiologico, delle quotazioni nel 2019, non hanno mai smesso di attirare investitori da tutto il mondo, con il cuore degli scambi costantemente in Gran Bretagna, dove, nel 2012, avveniva l’85% degli scambi, ed oggi poco più del 60%, con gli Usa e l’Asia che hanno una quota inferiore vicina al 15% e l’Europa che muove meno del 10% delle etichette di Borgogna sul mercato secondario.
In questo quadro, ricco di dettagli, ci vuole una chiave di lettura per muoversi sul mercato. Ad offrirla è “Wine Lister”, che alla Borgogna dedica sempre grande attenzione, a partire dall’analisi dell’annata 2018, caratterizzata da una delle estati più calde dell’ultimo mezzo secolo, ed in cui le scelte del produttore, dalle quantità al momento della raccolta alla gestione della chioma, hanno avuto un peso specifico enorme. Insomma, un’annata non facile da inquadrare, specie perché se si è dimostrata molto generosa con i bianchi, lo è stata meno con i rossi, e se pure qualche produttore ha atteso qualche giorno più del necessario prima di vendemmiare, altri, attendendo persino un giorno o due in più, hanno ottenuto vini eccezionali. La gestione delle annate più calde, dalla chioma al grappolo, passando al suolo, che si sta piano piano adeguando, è del resto la vera grande sfida che riguarda la Borgogna e non solo, ed i produttori sembrano assolutamente in grado di vincerla, come dimostra proprio la 2018, dove acidità, freschezza e succulenza sono garantite, a dispetto di un’estate tanto calda.
E allora, cosa comprare? È bene sottolineare che nessuna denominazione spicca sulle altre nella vendemmia 2018, ma secondo il team di “Wine Lister”, in termini di rapporto qualità/prezzo, e soprattutto capacità di apprezzarsi nel tempo, sono 19 le etichette da segnare in agenda. A partire dai rossi, dalla Côte de Nuits, con il Clos de Vougeot, il Nuits-Saint-Georges Les Boudots ed il Vosne-Romanée Les Beaux Monts di Jean Grivot, lo Chambertin Clos de Bèze ed il Gevrey-Chambertin Clos Saint-Jacques di Bruno Clair, Domaine de l’Arlot Vosne-Romanée Les Suchots, Benjamin Leroux Clos-Saint Denis, Domaine Denis Mortet Gevrey-Chambertin Lavaux Saint-Jacques, Domaine Fourrier Gevrey-Chambertin Clos Saint-Jacques, Domaine Humbert Fères Charmes-Chambertin, Domaine des Lambrays Clos des Lambrays, Domaine Méo-Camuzet Clos du Vougeot e Domaine Taupenot-Merme Mazoyères-Chambertin. Dalla Côte de Beaune, il Domaine des Epeneaux Comte Armand ed il Pommard Clos des Epeneaux. Quattro sono invece i bianchi: Saint-Aubin En Remilly Hubert Lamy, Meursault Genevrières Michel Bouzereau e due vini di Patrick Javillier, Corton-Charlemagne e Value Pick Meursault Les Tillets.

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