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MERCATI MONDIALI

Brexit, “serve un paracadute normativo sugli scambi”. L’appello alla Ue di Unione Italiana Vini

Le preoccupazione per il “no deal”, tra aumento di burocazia e prezzi. Mentre l’export italiano diminuisce per la prima volta dal 2010

Non bastasse la pandemia a pesare sul mercato del vino, con le esportazioni italiane in calo del 4,2% nel primo semestre 2020 sul 2019, come indicato dai dati Istat riportati ieri da WineNews, ci sono nodi politici ed economici ancora da sciogliere che complicano ulteriormente il futuro. Tra questi, senz’altro, il concretizzarsi della Brexit, che coinvolge in primis proprio il mercato britannico, il più importante per il vino italiano dopo Usa e Germania. E ad alzare il livello di guardia per su quell che accade Oltremanica, in queste ore, è la Unione Italiana Vini (Uiv), guidata da Ernesto Abbona: “il nulla di fatto nell’ultimo ciclo di negoziati sulla Brexit è motivo di forte preoccupazione per il futuro del vino italiano in un mercato fondamentale per il nostro export. Con un “no deal” si rischia, nella migliore delle ipotesi, una babele burocratica senza precedenti negli scambi; nella peggiore, diverse regole per l’etichettatura fino all’adozione di possibili dazi. Per questo ci appelliamo all’Unione europea affinché sia disposto un “paracadute normativo” transitorio per mantenere lo status quo negli scambi per un periodo di 12-18 mesi, vista l’impossibilità un adeguamento normativo in tempi così stretti”, ha detto Abbona.
“L’incertezza sulle regole da adottare in tempi brevissimi sta generando fortissime preoccupazioni tra le imprese del vino in un mercato che rappresenta il terzo sbocco al mondo per il nostro export e che sta già pagando un prezzo molto alto al Covid-19. Nel primo semestre 2020, secondo i dati Istat rilasciati ieri ed elaborati dal nostro Osservatorio - sottolinea il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti - la contrazione export a valore del vino made in Italy in Gran Bretagna è stata pari a quasi il 10% sullo stesso periodo 2019, con gli sparkling a -19,8%”. Nel periodo in calo anche il prezzo medio, per un valore delle esportazioni che Oltremanica ha sfiorato i 310 milioni di euro. Nel 2019 il Regno Unito - secondo Paese importatore al mondo dopo gli Usa - ha acquistato vino dall’estero per quasi 4 miliardi di euro complessivi”.
Secondo il Wsta, che rappresenta il mercato del vino in Uk, ad oggi il prodotto enologico proveniente dall’Europa non è soggetto ai test di laboratorio e ai controlli per il certificato export vino (VI-1) previsti per i Paesi terzi - il 55% del vino consumato nel Regno Unito è importato dall’Ue - ma tutte le regole di certificazione cambieranno, con o senza accordo, dal 1 gennaio 2021, quando tutto il vino importato dall’Europa sarà invece soggetto a questi controlli. Si prevede che l’aumento di burocrazia che ne deriverà genererà più di 600.000 documenti cartacei - un incremento triplo per gli ispettori del settore - e costerà al commercio di vino britannico 70 milioni di sterline in più all’anno, con conseguenti rincari sul prezzo del vino e una caduta del potere di scelta dei consumatori.
Tutto questo, come detto, in quadro già difficile, come emerge dagli stessi dati Istat elaborati anche dall’Osservatorio Uiv. Anche l’Italia, come la maggior parte dei Paesi produttori di vino, sperimenta a giugno un arretramento delle esportazioni. Da gennaio a giugno il saldo a volume segna infatti -2,1%, a 10 milioni di ettolitri, per un valore sceso del 4,2%, a 2,9 miliardi di euro. Dal 2010, è la prima volta che il valore delle spedizioni registra il segno negativo nel primo semestre, accompagnato per ora da una meno drastica limatura dei listini, scesi in media del 2%. A soffrire è proprio la componente valore, che intacca sia gli spumanti (-8%), sia i vini fermi (-3%), in particolare quelli veicolati sul settore Horeca, che ha patito in questi mesi i lockdown decisi dai vari Paesi.
Se Spagna e soprattutto Francia sommano al Covid-19 le problematiche in America (tariffe) e Cina, l’Italia - meno esposta sulla piazza cinese e per ora graziata dall’applicazione di nuove imposte in Usa - sconta per ora i soli effetti della pandemia sui consumi, che si stanno traducendo nella penalizzazione dei vini destinati alla ristorazione compensata in parte dall’aumento dei prodotti più presenti sul circuito della grande distribuzione, con l’effetto “insicurezza” che spinge il consumatore a ricercare vini e brand già noti, a discapito della voglia di nuovo o di speciale.
Ecco spiegati - secondo l’Osservatorio - gli impatti pesanti per i rossi Dop, in particolare toscani e piemontesi, che segnano cali anche sulla componente volumica (-7%), mentre per ora i bianchi a denominazione compensano sul valore con l’aumento delle forniture a volume (+5%), trainati dalle buone performance del “rassicurante” Pinot grigio in Usa e Uk. Discorso analogo per la spumantistica, dove se il Prosecco contiene le perdite a valore a -4% (con cali sia in Usa che in Uk), i Dop - quindi metodo classico e affini - vanno sotto addirittura del 40%. In controtendenza positiva i frizzanti (+5% volumico e +2% valore), che si confermano prodotto domestico e da tutti i giorni, indenne quindi dalle vicissitudini del canale Horeca.

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