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FUTURO

Champagne, se la rivoluzione colturale e culturale parte dai sesti d’impianto

Il professore Leonardo Valenti a WineNews: “dopo un secolo rimesse in dubbio le certezze, meno densità per un vigneto che guarda al domani”
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Champagne, cade un caposaldo

In viticoltura non esistono dogmi, neanche nel territorio in cui le convinzioni e le convenzioni sono tra le più granitiche che ci possano essere, come lo Champagne, dove è difficilissimo che le norme che regolamentano quasi ogni aspetto del lavoro in vigna subiscano un qualche cambiamento. Difficilissimo, ma non impossibile, visto che qualche giorno fa è caduto un pilastro storico che riguarda i sesti d’impianto e l’attuale limite tra un filare e l’altro. Per oltre un secolo, la distanza massima era indicata in un metro e mezzo, e il motivo è presto detto: l’idea, nota in viticoltura e condivisa da molti, anche in Italia, ma certo non un dogma, che la competizione tra le piante per approvvigionarsi di acqua e sostanze nutritive le renda più forti e resistenti, e capaci di produrre uve migliori. Un principio che, come ricorda a WineNews il professore Leonardo Valenti, docente di viticoltura all’Università di Milano, “ha avuto molti adepti anche in Italia, ma su cui, da almeno trent’anni, in molti hanno deciso di tornare indietro”. Anche in Champagne, dove i produttori hanno votato per una distanza tra i 2 e i 2,2 metri. Una cosa da poco? Tutt’altro. “In realtà - dice il professor Valenti - per la gestione dei sesti d’impianto passa una vera e propria rivoluzione colturale e culturale. Aumentare la distanza tra i filari vuol dire ridurre il numero di piante, e quindi la loro gestione. La Champagne, in sostanza, si sta rendendo conto, come tutti, che il mondo cambia, e che ci sono tanti esempi, a partire proprio dall’Italia, di viticoltura di qualità gestita in modo diverso, e con altri costi. In Champagne è la seconda volta che cambiano idea in pochi anni, hanno iniziato molto tardi a mettere in dubbio le loro certezze, da 10-15 anni, perché da una parte c’è bisogno di fare i conti con i cambiamenti climatici, dall’altra, con tecniche e tecnologie che, oggi, rimettono continuamente in dubbio le conoscenze e le consapevolezze acquisite”, continua Leonardo Valenti. Quello che appare certo, è che non si tratti di un cambiamento dettato dalla necessità di aprire alla vendemmia meccanizzata. “Con sesti d’impianto simili, in altre zone di Francia, la vendemmia è già meccanizzata: esistono macchine apposta, qui è il mondo vitivinicolo a dettare le proprie esigenze all’industria tecnologica, non viceversa”, chiosa il professore di viticoltura dell’Università di Milano.

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