Mentre a Verona si alza il sipario su uno dei simboli più forti dell’agroalimentare italiano, il vino, un’ombra lunga incombe sui calici del futuro: la crisi climatica che minaccia un patrimonio vitato dal valore di 56 miliardi di euro e ridisegna, già da questi giorni, le regole del settore. Con l’apertura di Vinitaly a Veronafiere, quasi 4.000 aziende e un comparto che pesa l’1,1% del Pil nazionale si confrontano con una realtà sempre meno emergenziale e sempre più strutturale, come evidenzia Cia-Agricoltori Italiani. I numeri parlano chiaro: solo nel 2025 in Italia si sono registrati quasi 380 eventi climatici estremi e, se il trend dovesse consolidarsi, senza interventi di mitigazione il sistema agroalimentare potrebbe subire perdite superiori a 12 miliardi di euro l’anno entro il 2050. La viticoltura è tra i comparti più esposti, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, stretta tra siccità prolungate al Sud, eccessi idrici al Nord e grandinate sempre più violente nel Nord-Est. I modelli scientifici prevedono un aumento medio delle temperature fino a +2°C tra il 2021 e il 2050 sulla media storica 1981-2010, con scenari che arrivano a +5°C a fine secolo, una proiezione che si traduce già oggi in costi crescenti lungo la filiera, minori rese e maggiori spese per la gestione del rischio.
Lo sguardo di lungo periodo è ancora più allarmante: superata stabilmente la soglia dei +2°C, circa il 90% delle aree vitivinicole tradizionali nelle zone costiere e pianeggianti potrebbe non riuscire più a produrre vino di alta qualità in modo economicamente sostenibile entro la fine del secolo. A ciò si aggiunge un rischio patrimoniale diretto, perché il valore fondiario dei vigneti non sembra ancora incorporare il fattore climatico, nonostante lo spostamento delle zone vocate verso altitudini maggiori sia già una realtà, come dimostrano alcune esperienze in Trentino. In questo contesto, l’enoturismo emerge come leva di diversificazione dei ricavi per le cantine sotto pressione, ma la fotografia che scatta Vinitaly racconta un settore che si adatta senza una strategia pienamente sistemica.
“Il clima sta cambiando le regole del gioco per gli agricoltori italiani: rese, qualità e cicli produttivi sono già sotto pressione, non è più un’emergenza, ma una condizione strutturale - afferma il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini - sottolineando come eventi estremi, aumento delle temperature, ondate di calore e scarsità idrica hanno effetti ormai innegabili e, in viticoltura, oltre alle perdite sulla produzione, possono impattare sul processo e sull’equilibrio della maturazione. Per questo, è necessario potenziare l’accesso a strumenti integrati contro i rischi climatici e garantire maggiore stabilità finanziaria alle imprese. L’uva è tra i prodotti con i maggiori valori assicurati, ma il numero di aziende aderenti sconta ancora divari territoriali. C’è bisogno di un sistema più inclusivo, semplice e aderente alle esigenze reali delle imprese. Anche sul fronte della futura Pac - aggiunge Fini - serve più ambizione. La gestione del rischio climatico richiede soluzioni innovative e incentivi robusti, anche in prevenzione. È fondamentale sostenere l’adattamento delle aziende, con nuove tecnologie, strumenti a supporto alle decisioni e investimenti mirati, per salvaguardarne la redditività. Infine, l’innovazione varietale e il miglioramento genetico, anche attraverso le Tea, saranno decisivi per rafforzare la resilienza del vigneto italiano. La sfida è aperta: o si governa il cambiamento o lo si subisce”, conclude Fini.
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