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CORRIERE DELLA SERA

E il “made in Italy” punta a Oriente ... Francesco Zonin: “Per il mercato asiatico serve un investimento culturale”. Intanto il nostro export cresce in Europa e fa un exploit negli Stati Uniti ... Altro che proibizionismo. Gli americani sono tornati a bere. E bevono sempre di più vino italiano. Con 933 milioni di curo, che rappresentano oltre un quinto del nostro export complessivo, gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco delle bottiglie made in Italy. Negli anni, l’Italia è riuscita a recuperare il gap con la Francia, prima arrivata nel grande mercato americano e a lungo leader. “Negli Usa sono aumentate le vendite di vini di fascia medio-alta, in particolare gli Igp - commenta il presidente di Federvini Lamberto Vallarino Gancia -. La domanda, oltre a diventare più forte,ha mostrato di essere’ cresciuta in termini di capacità di scelta grazie a una progressiva e più diffusa educazione alla qualità”. La sfida sui mercati internazionali è cruciale per ilfuturo dcl settore enologico italiano. I consumi interni sono scesi sotto i 40 litri pro capite all’anno e da qualche anno ci pensa l’export a tenere alto il fatturato del vigneto Italia. Ne sa qualcosa la cantina marchigiana “Umani Ronchi”, che realizza il 75% del fatturato all’estero. Il titolare, Michele Bernetti, spiega uno dei segreti dcl loro successo oltralpe: “L’export continua a crescere, tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi il 10 per cento. La nostra forza si chiama verdicchio, che alcuni anni fa era il quarto vino bianco più esportato nel mondo”. Per molte cantine sono le esportazioni a far chiudere i bilanci in attivo. Secondo i dati Istat relativi ai primi 11 mesi del 2012 elaborati da Federvini, l’export è aumentato del 7,5% sullo stesso periodo dell’anno precedente, toccando i 4,66 miliardi di euro. Le vendite crescono nei mercati che storicamente costituiscono lo zoccolo duro (oltre agli Usa anche Germania, Regno Unito, Svizzera, Canada e Giappone), ma non mettono il turbo in Cina, finora è stata terra di conquista dci francesi, che hanno il 50% del mercato, mentre gli italiani con 67 milioni di export a valore si accontentano del 6,2%, anche se dal 2010 al 2011 c’è stata una sensibile crescita (+35% in quantità e +64% in valore). Secondo i dati delle dogane di Pechino, l’Italia è al quinto posto tra i Paesi esportatori. “Tra le sfide importantissime da vincere per il vino italiano, c’è il mercato cinese - dice il direttore generale Giovanni Mantovani di Veronafiere -. Il dato più anomalo è che, a fronte di un calo dei vini francesi, la quota italiana non cresce come potrebbe: le potenzialità invece per il nostro export sono vastissime”. Per ripetere il successo “americano” in Cina, bisogna educare il consumatore. “C’è un grandissimo lavoro culturale da fare, è un mondo che si può aprire, ma molto starà a noi - dice Francesco Zonin, vicepresidente e responsabile dell’area commerciale della casa vinicola Zonin, tra le prime italiane a mettere piede in Cina nel 1996 -. Per aggredire il mercato abbiamo nominato due area manager cinesi che affiancano gli importatori. I manager divulgheranno la visione e i valori che appartengono alla nostra azienda. Le nostre etichette hanno il fronte in italiano e il retro in ideogrammi cinesi”.
I cinesi amano soprattutto il rosso e per la prima volta nella storia sono al terzo posto nel consumo di questo vino. Si prevede che nel 2015 Pechino sarà il primo consumatore mondiale. Ma finora su 100 bottiglie vendute 85 sono made in China. Negli ultimi cinque anni la produzione è più che duplicata, facendo della Cina il sesto produttore mondiale. Ma com’è il vino cinese? “A livello generale, non è concepito come lo concepiamo noi - commenta Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi -. Spesso è qualificato così un prodotto che del vino ha poco. Questo accade perché la Cina non segue la normativa mondiale. Di recente, però, è nata una produzione di qualità, sviluppata da cantine cinesi che attraverso joint venture con aziende europee, cilene o australiane ne stanno sfruttando l’esperienza e la tecnologia”. Intanto i cinesi, oltre ad aver imparato l’arte, viaggiano alla scoperta dei grandi Paesi produttori, Italia in testa. Al Vinitaly dell’anno scorso la Cina era entrata nella “Top ten” dei visitatori esteri. Per la prima volta quest’anno arriverà una delegazione del ministero del Commercio concepiamo noi - commenta Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi -. Spesso è qualificato così un prodotto che del vino ha poco. Questo accade perché la Cina non segue la normativa mondiale. Di recente, però, è nata una produzione di qualità, sviluppata da cantine cinesi che attraverso joint venture con aziende europee, cilene o australiane ne stanno sfruttando l’esperienza e la tecnologia”. Intanto i cinesi, oltre ad aver imparato l’arte, viaggiano alla scoperta dei grandi Paesi produttori, Italia in testa. Al Vinitaly dell’anno scorso la Cina era entrata nella “Top ten” dei visitatori esteri. Per la prima volta quest’anno arriverò una delegazione del ministero del Commercio cinese. A Verona sbarcheranno anche colossi cinesi del commercio online. Il consumo, fino a poco tempo fa limitato a locali e ristoranti, si sta spostando tra le mura domestiche e, commenta Alessandro Regoli, direttore dell’agenzia specializzata WineNews, “di fronte alla mancanza di enoteche e al personale poco formato, il web sta diventando la salvezza dei wine lovers della Grande Muraglia”. La Cina - ammette Regoli - ci metterà del tempo a dare grandi numeri. Ma nel frattempo l’Europa ci aiuta: le aziende italiane stanno lavorando grazie anche ai fondi comunitari Ocm vino, destinati alla promozione e al marketing.

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