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STORIA

Da Fallières a Einaudi, passando per Obama: quando il vino si intreccia con le vite dei Presidenti

Il presidente vigneron lasciava l’Eliseo per la vendemmia. Il ruolo di Cavour e Ricasoli per Barolo e Chianti Classico, Saragat e il Brunello

Ad ognuno, il suo Presidente vigneron. In Italia, come abbiamo raccontato spesso, la Storia unitaria è strettamente legata, specie nei suoi primi anni, alla vite e al vino. Il primo Presidente del Consiglio dei Ministri del neonato Regno d’Italia, nel 1861, fu Camillo Benso, conte di Cavour, proprietario all’epoca del Castello di Grinzane Cavour, e del suo fiore all’occhiello, Vigna Gustava, dove produceva i primi Barolo, convinto che l’Italia potesse e dovesse tornare ai fasti dell’antica Enotria. Un sogno condiviso dal suo successore, Bettino Ricasoli, il “Barone di Ferro”, inventore nel 1872 della formula del Chianti “sublime”, destinato a diventare il Chianti Classico di oggi: la dose principale del profumo e del vigore dal Sangiovese, l’amabilità dal Canaiolo per temperare la durezza, e la leggerezza della Malvasia, infine, della quale fare a meno nel caso dell’invecchiamento. Una formula, che seppur modificata negli anni non ha mai tradito il principio originario che ispirava il suo creatore: dare una spinta determinante al modo di fare e di intendere il vino, valorizzando un territorio unico come quello del Gallo Nero, attraverso un prodotto che avrebbe conquistato il mondo proprio perché capace di raccontare il suo terroir come nessun altro.

Era un’epoca di enormi cambiamenti, in Francia l’esperienza della Seconda Repubblica si chiudeva con il golpe di Napoleone III, e si dovrà attendere il 1870 perché il percorso democratico riprenda, con la Terza Repubblica, che durò fino al 1940. Con il settennato alla Presidenza di Armand Fallières, il Presidente vigneron eletto nel 1906 e rimasto in carica fino al febbraio 1913, esattamente 110 anni fa. Nato a Mézin, in Nuova Aquitania, figlio di un proprietario terriero, era a tutti gli effetti un viticoltore, e non rinunciò al suo lavoro neanche nei sette anni in cui ricoprì la carica di Presidente della Repubblica. Come racconta il volume “La Folle Histoire: les Gourmands Mémorables”, “tutta la Francia sentì parlare del suo Clos du Loupillon quando, arrivata la stagione della vendemmia, il Presidente lasciò l’Eliseo per andare a raccogliere i suoi grappoli. Il colpo di genio di Armand de Fallières sarà quello di non voler cambiare le sue abitudini: Presidenza della Repubblica o no, ha forgiato la sua leggenda restando se stesso”. Il legame con il vino sarà negli anni motivo di scherno, ma del resto in Francia nessun politico è mai stato immune alla satira, e alla fine del mandato Armand Fallières, il Presidente vigneron, lascerà la politica.

In quegli stessi anni, di qua dalle Alpi, la politica non era certo nei piani di Luigi Einaudi, professore e giornalista, che nel 1897, fresco di laurea in Economia Politica, ad appena 23 anni decise di indebitarsi fino al collo per riacquistare le terre che, anni prima, la madre aveva dovuto vendere per pagare i suoi studi. Comprò la prima cascina, perché all’epoca il legame con la terra era fortissimo, e dopo qualche anno arrivarono i primi vigneti, di Nebbiolo e Dolcetto. Nel 1948 diventerà il primo Presidente della Repubblica d’Italia, ma la politica fu per Luigi Einaudi spirito di servizio, e mai vera passione. In questo, ricorda vagamente proprio Armand Fallières: come lui, infatti, in autunno lasciava il Quirinale per non perdersi una vendemmia. Oggi la Poderi Einaudi è una delle aziende di riferimento delle Langhe, e se il Belpaese è protagonista sulla scena mondiale del vino, è anche grazie al ruolo giocato dalla politica, nella sua massima espressione.

Eppure, nonostante la lucida visione di Cavour, Ricasoli ed Einaudi, oggi il vino italiano, così come quello francese, non sarebbero al centro della mappa se non avessero trovato terreno fertile al di là dell’Atlantico. Dove già alla fine del Settecento il primo Presidente degli Stati Uniti, George Washington, si fece spedire dalla Francia 485 bottiglie di Champagne e Borgogna, i suoi vini preferiti, insieme al Madeira portoghese. Washington, in effetti, tentò anche la strada della produzione, ma senza grossi risultati. Il primo Presidente Usa realmente innamorato del vino, però, fu Thomas Jefferson, alla guida degli States tra il 1801 ed il 1809. A cambiargli la vita, un epico viaggio in Francia, nel 1784, in cui scoprì - e successivamente importò, insieme a vini di Italia, Spagna e Portogallo - le produzioni di Borgogna, Bordeaux, Champagne e Rodano. Anche lui provò, senza successo, ad allevare la vite europea, ma da quell’esperienza, anni dopo, nacque Tenuta di Barbousville, in Virginia, acquistata nel 1976 dalla famiglia Zonin, ed ancora oggi punto di riferimento Oltreoceano della Zonin1821.

In epoca decisamente più recente, il 40esimo Presidente, l’ex star di Hollywood Ronald Reagan, era famoso per la sua straordinaria cantina, dove trovavano posto etichette come Lafite Rothschild e Haut Brion anche in vecchie annate. Infine, Barack Obama, che nella sua casa di Chicago ha una cantina da 1.000 bottiglie, e che poco dopo la fine del suo secondo mandato, nel 2017, scelse la Toscana come cornice della “The Amazing Italian Wine Journey”, una full immersion in alcune delle più grandi etichette della storia del vino italiano.

Altrettanto stratificato e solido è il rapporto che lega il vino con la Corona britannica, ben raccontato da un episodio di cronaca diventato ormai un capitolo di Storia del vino italiano. Un decreto legge del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, nel marzo 1966, a tre anni dall’istituzione delle Doc, riconosce le prime denominazioni del vino, tra cui il Brunello di Montalcino. Dopo altri tre anni, il 28 aprile 1969, lo stesso Presidente Saragat - che, negli anni bui del ventennio fascista, in esilio a Parigi, faceva il commerciante di vino - regala alla Regina d’Inghilterra Elisabetta II una cassa di Brunello di Montalcino Riserva 1955 di Biondi-Santi per una cena di gala all’Ambasciata d’Italia a Londra. I giornali dell’epoca lo raccontarono come il “primo brindisi italiano della Regina”: che fosse vero o meno, di certo un gran bello spot per il vino del Belpaese dell’epoca.

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