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Dare il nome giusto agli oggetti non significa soltanto descriverli, ma anche imparare a guardarli

Dal contenitore per liquori alla caffettiera per una sola persona: viaggio tra termini dimenticati nel libro “Il nome della cosa” di Marco Riccòmini

Cruet. Tantalus. Égoïste. Parole che sembrano uscite da un dizionario dimenticato o dal catalogo di un antiquario. E forse è proprio così perché, mentre gli oggetti continuano ad addobbare le nostre case e la nostra quotidianità, i loro nomi si assottigliano, si semplificano fino, talvolta, a scomparire. Quello che un tempo era un lessico ricco di sfumature si riduce sempre più spesso a poche definizioni generiche, capaci di descrivere una funzione, ma non una storia. È da questo patrimonio di parole, spesso dimenticate, ma ancora capaci di custodire storie, usi e tradizioni, che prende forma “Il nome della cosa” (Edizioni La Nave di Teseo, 2026, pp. 176, prezzo di copertina 20 euro) di Marco Riccòmini, storico dell’arte e studioso del collezionismo, da anni abituato a muoversi tra oggetti, mobili e opere il cui significato passa anche attraverso il loro nome. Un viaggio tra etimologie, storia dell’arte e curiosità che attraversa decine di termini caduti in disuso per riflettere sul legame profondo tra linguaggio, memoria e conoscenza. Perché dare il nome giusto alle cose non significa soltanto descriverle: significa imparare a guardarle.
Tra le tante parole, molte nascono attorno alla tavola, uno degli spazi domestici in cui il linguaggio ha saputo esprimere la propria ricchezza con maggiore precisione. Servire il tè, conservare i liquori, presentare una portata o mantenere caldo un piatto significava ricorrere ad oggetti ben definiti, ciascuno con un nome preciso, ricco di un patrimonio lessicale che racconta non soltanto gli oggetti, ma anche i gesti, le consuetudini e i rituali della convivialità, in quel racconto corale che è la cucina. Come il Cruet, il raffinato set da tavola per olio e aceto; il Tantalus, elegante contenitore per bottiglie di liquori dotato di serratura; l’Égoïste, tazza o una caffettiera eseguita per essere usata da una sola persona. E ancora l’Épergne, il sontuoso centrotavola ornamentale; la Ménagère, il servizio che raccoglie gli accessori indispensabili per il condimento; il Réchaud, utilizzato per mantenere calde le pietanze; il Salver, vassoio da portata spesso realizzato in metalli pregiati; il Solitaire, dedicato al servizio individuale del tè o del caffè; fino alla Guantiera, il vassoio destinato ad accogliere e presentare oggetti o vivande. Nomi che raccontano non solo una funzione, ma un’intera cultura dell’abitare, del ricevere e del convivio.

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