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COMMERCIO ENOICO

E se l’Europa del vino puntasse su nuovi mercati e lasciasse gli Usa all’asciutto?

L’allarme dei retailer Usa dopo che le esportazioni francesi sono tornate a correre in Cina. L’Italia aspetta la decisione dello Ustr del 17 febbraio
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Enoteca Azzurra, Numana - Ancona

E se l’Europa del vino - che sconta i primi effetti dei dazi imposti da Trump ad ottobre e aspetta ancora di sapere se e quando potrà tirare un definitivo sospiro di sollievo - scoprisse altre rotte, e lasciasse a lungo andare gli Usa all’asciutto? È la domanda che si sta ponendo, con sempre più insistenza, la Nawr - National Association of Wine Retailers, preoccupata da tre fattori, tutti legati ai dazi. Il primo, appunto, è che i produttori europei hanno sia le capacità che la necessità di scoprire nuovi mercati e costruire nuove rotte commerciali per i loro vini; il secondo è che gli Usa non possono sostituire la quota di vini importati dall’Europa con le proprie produzioni nazionali, che sono evidentemente insufficienti; il terzo è che già così com’è oggi, il three-tier system, che governa le vendite di vino in Usa, fa sì che una percentuale compresa tra il 75% e l’85% del prezzo al dettaglio sia profitto o tasse, che vanno ovviamente ad enti americani.
Insomma, secondo i retailer Usa ce n’è abbastanza per non stare affatto tranquilli, specie perché l’Unione Europea sembra intenzionata ad anticipare l’allocazione del budget quinquennale - pari a 1,3 miliardi di dollari - destinato al vino, e per il 2020 ha già aggiunto 12 milioni di euro per la promozione all’estero, anche sulla scorta dei pessimi risultati dei vini fermi francesi, che nel primo mese successivo ai dazi hanno visto le esportazioni verso gli Usa crollare del -48%, a fronte del +35% in Cina, dove nello stesso periodo il vino spedito dalla Francia è stato più del doppio di quello che ha navigato l’Atlantico.
Vista dal Belpaese, in effetti, sembra una lettura sin troppo ottimistica, ma ci sarà tempo, come hanno rassicurato dalla tappa del Simply Italian Americas Tour di Iem, di scena nei giorni scorsi a Fort Lauderdale i rappresentanti delle istituzioni - dall’Ambasciata all’Ice - e gli importatori della Florida, per prendere le dovute contromisure, specie se dopo il 17 febbraio i nuovi dazi - fino al 100%, ma è solo una delle tante ipotesi dello U.S. Trade Representative - dovessero colpire anche il vino italiano. Ad ora, vincono la fiducia e la speranza che la posizione defilata dell’Italia nell’affare Airbus-Boeing tenga il made in Italy lontano da una guerra che, a lungo andare, non farà bene a nessuno, di certo non agli affari.

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