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VINO E TERRITORIO

I vignaioli di Cosenza ripartono dall’artigianalità e dai vitigni autoctoni, come il Magliocco

Obiettivo, mettere insieme competenze e produzioni, azioni di comunicazione e promozione di un’identità culturale legata al vino e al territorio
ARTIGIANI, MAGLIOCCO, VIGNAIOLI ARTIGIANALI DI COSENZA, vino, Italia
I vignaioli di Cosenza ripartono dall’artigianalità e dai vitigni autoctoni, come il Magliocco

Dieci piccoli produttori calabresi uniti per una sfida: promuovere i vitigni autoctoni del territorio e, in particolare, quello del Magliocco. I Vignaioli Artigiani di Cosenza sono i protagonisti di questa mission articolata in un manifesto di intenti che darà vita ad un cammino comune che metterà insieme competenze e produzioni, azioni di comunicazione e promozione di un’identità culturale che presenta ancora ampi margini di penetrazione e sviluppo. I vignaioli, gli “artigiani del vino”, come motore di sviluppo e di tutela identitaria, con conoscenza e competenza al centro di un processo di condivisione. Perche come sostiene da tempo quello che è considerato uno dei più grandi, Angelo Gaja, gli “artigiani del vino” sono “quei produttori che hanno il controllo dal vigneto, producono uve proprie, le uniche che vinificano, e vanno sul mercato, e questo comporta la conoscenza di tre settori: viticultura, cantina e mercato, ossia la capacità di creare domanda e collocare i propri prodotti. Gli artigiani, quindi, svolgono un ruolo fondamentale”.
Anche e soprattutto in un periodo storico come questo. “In un momento in cui il nostro territorio, con il suo Magliocco, sembra restare escluso dal circuito dei grandi mercati nazionali e internazionali - ha spiegato Eugenio Muzzillo, presidente dei Vignaioli Artigiani di Cosenza - abbiamo inteso riportare l’attenzione di chi vive e ruota intorno al fantastico mondo del vino, argomentando la nostra vision con l’apporto multidiscilplinare di esperti che ci aiuteranno nell’azione di sensibilizzazione attorno a queste singolari e micro realtà produttive che caratterizzano un territorio ricco di numerosi attrattori culturali, naturalistici e storico-religiosi, che sono lo scenario ideale per far gustare e apprezzare nel migliore dei modi il nostro prodotto”. Le aziende dei Vignaioli Artigiani di Cosenza sono L’Antico Fienile Belmonte, Rocca Brettia, Elisium, Terre Del Gufo, Tenute Ferrari, Manna, Ciavola Nera, Cerzaserra, Azienda Agricola Maradei e Cervinago. “Un prodotto che bisogna aiutare a crescere, anche se - come ha affermato Girolamo Grisafi, agronomo Arsac (Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura in Calabria) - la qualità si ottiene quando c’è un mercato che paga. I viticoltori della provincia cosentina ereditano una storia dei vini calabresi che presentava una qualità mediocre, perché si usciva dalle cosiddette cantine sociali. Poi è iniziato un percorso che ha avuto una costante evoluzione positiva, con scoperte importanti, anche se si è partiti decisamente con ritardo. Il Magliocco è un vitigno che può essere considerato moderno, per le qualità intrinseche che detiene, da cui si possono ottenere vini molto colorati con una struttura evolutiva rapida”.
Questo vitigno viene coltivato in colline sui 500 metri di altitudine, l’idea è quella di progredire anche da un punto di vista della comunicazione e del messaggio da lanciare ai wine lovers. Secondo l’esperta Angela Sposato “produrre il vino non è sufficiente se non si tira fuori quello che io definisco “Il vino con …”. Questo “con” ha a che fare con il territorio, la storia, il suolo ed il sottosuolo, con le radici che diventano pancia e mente del nostro sentire. Tutto ciò aiuta la nostra percezione e la nostra esperienza a connettersi con l’estetica. Il grande Perullo dice: il buono non esiste. Il buono si fa, ovvero si racconta. Ed è proprio nel racconto che si intrecciano linee e si intessono trame dove il buono e il gusto si fanno o diventano fatti...”. Non a caso l’enotursimo sarà un altro elemento su cui verterà l’azione di promozione della nuova rete di imprese.
“Non è una degustazione di vino quello che dobbiamo fare nelle nostre aziende - ha affermato il destination manager, Danilo Verta, esperto di turismo identitario - ma una degustazione antropologica del territorio, a partire dalla storia e dai nostri dialetti. La nostra tradizione è la vera leva del perché una persona dall’altra parte del mondo deve desiderare di recarsi in Calabria per degustare il nostro vino. Il legame con il turismo deve proteggere l’identità e deve darci l’opportunità di gridare al mondo che i nostri prodotti autoctoni hanno un valore e dentro questo valore c’è il susseguirsi delle civiltà che hanno voluto tutto questo. Io voglio condividere con i viaggiatori non la destinazione, ma il modo di vivere calabrese, il nostro stile di vita. Se vogliamo andare avanti dobbiamo essere identitari”.
I vigneti presenti nell’Alta Calabria, essendo meno estesi e maggiormente intervallati dalla presenza di vegetazione spontanea, sono considerati un modello virtuoso sia in chiave di sostenibilità che di biodiversità. La presenza di queste piccole realtà vitivinicole disseminate nella provincia di Cosenza, che rappresentano dei veri e propri presidi, potranno essere da traino per tutto il comparto economico del mondo vino e non solo. “Vedo di buon occhio questa esperienza e la vedo bene perché leggo dell’entusiasmo non indifferente - ha concluso il presidente del Consorzio Terre di Cosenza, Demetrio Stancati -. Voglio ricordare in questa occasione di partenza per i Vac quanto anche il nostro percorso sia stato lungo. È uscita prima una generazione di viticoltori che aveva la necessità di farsi ascoltare esternamente, sia dal pubblico locale sia da quello internazionale. I nostri vini dovevano essere piacevoli. Abbiamo iniziato facendo un’esperienza in cui ci sentiva i figli spuri di una Calabria in cui esisteva solo il Gaglioppo e il Cirò. Alla fine di questo percorso siamo riusciti ad andare avanti e quando abbiamo dato vita alla Dop Terre di Cosenza e abbiamo cominciato a puntare un vitigno, perché la provincia di Cosenza non aveva ancora vitigni riconosciuti, o meglio, ne aveva uno solo, il Pecorello, abbiamo scelto di concentrarci sul Magliocco Dolce, iniziando a lavorare sui vitigni autoctoni. Inutile dire che c’è ancora tanto da lavorare. Oggi bisogna andare un po’ oltre, dobbiamo parlare di territorio ma non del terroir francese: del territorio inteso come coltura, come situazione generale in cui si ha una somma nel vino di ciò che maggiormente può essere esposto. Perché ormai tutti sappiamo quanto il vino ci faccia ripercorrere le emozioni e le sensazioni che abbiamo provato in quel posto preciso”.
Il progetto punta a creare delle relazioni sul territorio tra le realtà di medio-piccola dimensione, prescindendo dalle loro filosofie aziendali e di produzione, che negli anni addietro non hanno mai trovato concretamente spazio nel panorama vitivinicolo calabrese. Il tutto con l’intenzione di produrre vini identitari con un occhio attento alla sostenibilità, anche attraverso percorsi lenti che conferiscano valore e riconoscibilità ai prodotti.

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