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CIBO & ETICA

Il 20% del cibo importato in Italia è “fuorilegge”: quando mangiare è anche una questione etica

Secondo la Coldiretti il 43% degli italiani vorrebbe bloccare l’ingresso in Ue di prodotti in cui ambiente e salute non sono tutelati
ETICA DEL CIBO, MADE IN ITALY, Non Solo Vino
I prodotti “fuorilegge” selezionati da Coldiretti provenienti da Paesi di tutto il mondo

Il cibo non è solo questione di gusti, ma è anche e soprattutto una questione etica: che però le regole, etiche e non, che ci sono per le produzioni agroalimentari in Italia e in Europa non siano sempre rispettate nei Paesi produttori nel resto del mondo non è certo un segreto. Per una stima della Coldiretti, il 20% dei prodotti alimentari che arrivano sugli scaffali dei supermercati italiani sono “fuorilegge”, cioè non rispettano le stesse garanzie vigenti a livello nazionale in materia di lavoro, ambiente e salute. E, ancora per un’indagine della Coldiretti con Ixè, il 43% degli italiani a chiedere di bloccare le importazioni da quei Paesi che non rispettano le regole. Arrivano infatti purtroppo anche in Italia, sottolinea la Coldiretti, i prodotti ottenuti dallo sfruttamento del lavoro dei 108 milioni di bambini nelle campagne censiti dalla Fao, secondo la quale quasi la metà di tutto il lavoro minorile del mondo avviene in Africa, seguita da vicino dall’Asia, ma che è rilevante anche in Sudamerica. Tutte aree dalle quali, continua la Coldiretti, l’Italia importa ingenti quantità di prodotti agricoli ed alimentari: così arrivano sulle nostre tavole il riso del Vietnam, gli agrumi della Turchia, lo zucchero di canna della Columbia, i fiori dell’Equador e il cacao della Costa d’Avorio, che sono solo alcuni dei prodotti messi sotto accusa dal Ministero del Lavoro degli Stati Uniti nel recente rapporto sul lavoro minorile del 2018. E non mancano, evidenzia la Coldiretti, i casi di lavoro forzato come l’allevamento in Brasile o la cattura del pesce in Thailandia, che inonda gli scaffali delle pescherie e i tavoli dei ristoranti lungo tutta la Penisola senza indicazione in etichetta. Ma un pericolo per l’ambiente e per la salute viene anche all’utilizzo improprio di prodotti chimici che mettono a rischio e lavoratori ed i consumatori e che in alcuni casi sono vietati da decenni in Europa ed in Italia.
Occorre peraltro essere consapevoli che tutto ciò accade spesso grazie alla regia e alle norme sancite dagli accordi bilaterali o multilaterali di libero scambio. È il caso, afferma la Coldiretti, del dazio zero concesso grazie all’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada (Ceta) ai legumi secchi, come le lenticchie, che nel Paese nordamericano vengono trattati in preraccolta con l’erbicida glifosato secondo modalità vietate in Italia; ma anche del negoziato in corso con i Paesi del Mercosur, che prevede l’arrivo di grandi quantitativi di carne bovina dai Paesi sudamericani, che non rispettano gli standard produttivi e di tracciabilità oggi vigenti in Italia e nel Vecchio Continente. Senza considerare le condizioni favorevoli che sono state concesse al Marocco per pomodoro da mensa, arance, clementine, fragole, cetrioli, zucchine, aglio, carciofi, olio di oliva, o all’Egitto per fragole, uva da tavola e finocchi, oltre all’olio di oliva dalla Tunisia dove non valgono certamente gli stessi standard produttivi, sociali ed ambientali vigenti in Italia.
“Non è accettabile che l’Unione Europea - ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - continui a favorire con le importazioni la violazione dei diritti umani nell’indifferenza generale. Oggi il commercio è “libero” ma è ben lontano dall’essere “equo”, gravato fin dal momento della raccolta per arrivare a quello della trasformazione da processi di dumping sociale, economico e ambientale. Sul piano politico – chiede Moncalvo – l’Unione Europea deve acquisire un nuovo protagonismo per promuovere regole sul commercio globale che non tengano conto solo del fattore economico ma anche del rispetto dei diritti sul lavoro, della tutela dell’ambiente e della salute, anche con l’annunciata riforma del Wto. Serve quindi ripensare dalle radici non solo le regole, ma in primo luogo i principi fondativi del libero commercio perché – conclude Moncalvo – non deve essere consentito l’ingresso nei confini nazionali ed europei di quei prodotti che non rispettano gli stessi criteri, garantendo che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore per chi produce e per chi consuma”.

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