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Il culto del tempo, oltre le mode, corteggiatore, a volte “snob”: anche il vino ha un lato “dandy”

Citando Baudelaire e Dalì, senza dimenticare Casanova, il dandismo può essere uno stile, paziente e sapiente, per accostarsi al vino in modo originale

Il culto del tempo, inteso non come scansione della giornata, ma perché ne ha uno tutto suo che esige rispetto; il piacere dell’evasione e del lasciarsi andare all’immaginazione, distaccandosi dalla realtà; l’andare oltre le mode, perché, spesso, è lui stesso, con un individualismo esasperato, a dettarle; l’essere fuori dagli schemi, sempre elegantissimo, unico e raro in un mondo sempre più uniformato. Anche il vino ha un lato “dandy”, almeno secondo il giornalista, scrittore e sommelier Giovanni Giaccone, autore del volume “Dandismo alcolico. Meditazioni sul bere consapevole”, un “divertissement alcolic”, che non vuole essere una guida o un manuale, ma offrire un suggerimento originale: come affermava Charles Baudelaire, il più dandy di tutti e il più grande poeta moderno che lo ha cantato, “il vino assomiglia all’uomo: non si saprà mai fino a qual punto lo si possa stimare o disprezzare, amare o odiare, né di quali azioni sublimi o di quali mostruosi misfatti sia capace”, e il dandismo enoico può essere un modo, paziente e sapiente, anche un po’ snob - nell’accezione positiva del termine - per accostarsi al vino, corteggiandolo, e lasciandosi corteggiare, alla ricerca di bottiglie rare e storie affascinanti. Perché, diceva il maestro del Surrealismo, Salvador Dalì, “i veri intenditori non bevono vino; degustano segreti”.
Storie come quelle che l’autore del volume (edizioni Il melangolo, marzo 2020, pp. 128, prezzo di copertina 8,50 euro) racconta, tra citazioni letterarie ed anedotti, anche ironicamente e con quella vena malinconica tipica del dandy, dallo Champagne ed i suoi leggendari estimatori, alla bellezza delle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, Patrimonio dell’Unesco, che nulla ha a che vedere col dire “Prosecchino”, dal Lambrusco, “intelligente alternativa” allo Spritz, all’ode del Carducci “A una bottiglia di Valtellina del 1848, fino a Genova e alla Liguria - la sua terra d’origine - ed ai suoi vini, meta di Grand Tour e buen retiro di illustri poeti e scrittori come Lord Byron, Percy Bysshe Shelley, Evalyn Waugh, Stendhal e Charles Dickens.
“Occorre la maestria di districarsi in un mondo ostile di bottiglie camuffate - scrive Giaccone - di vini torturati, di evitabili Prosecchi e cogliere il lampo dell’amico sommelier che ci porta la bottiglia giusta dall’ultima fiera in Provenza, conoscere l’oste appassionato che tira fuori il Barsac delle migliori occasioni, avere il colpo d’occhio di scorgere sullo scaffale dell’enoteca, o alla peggio del supermercato, la bottiglia giusta, il valore inestimabile di un’esperienza elitaria nel pieno centro della vostra città. Benvenuti nel mondo clandestino e latitante del dandismo alcolico”.
E in fondo ad ogni capitolo (il volume completa il “ciclo alcolico” dell’autore, insieme a “Coktailsofia” e “L’arte di bere d’estate”), ci sono anche le ricette per l’abbinamento con i cibi, un piacere a cui anche i dandy non possono sottrarsi. Giacomo Casanova docet. Insomma, citando ancora Giaccone, “si può essere cafoni bevendo vini pregiati e vestendo eleganti perché non basta essere ricchi per risolvere l’equazione del “dandismo alcolico”. Ci vuole intelligenza, voglia di sorridere ricordandosi alla fine che saper distinguere una bottiglia di vino da un’altra e saperla bere di conseguenza è la cosa più dandy che si possa fare”.

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