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WINE2WINE

Il futuro dei territori del vino passa per la sostenibilità ambientale, sociale ed economica

Così, a WineNews, il presidente Federdoc Riccardo Ricci Curbastro: “ci vuole standard comune che metta paletti per tutti”
FEDERDOC, RICCARDO RICCI CURBASTRO, SOSTENIBILITA, WINE2WINE, Italia
Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc

Il futuro dei grandi territori del vino passa per la sostenibilità, declinata in tre pilastri: ambientale, sociale ed economica. Ecco il cuore dell’incontro “Le denominazioni italiane dal Piano dei controlli al futuro”, di scena a wine2wine, il business forum del vino firmato Veronafiere e Vinitaly, di scena a Verona. A dare voce alle denominazioni, culla dei grandi vini del Belpaese, è Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc, che a WineNews ripercorre brevemente le tappe che hanno percorso i Consorzi negli ultimi anni, mettendo quindi i paletti ideali per il futuro. “Il mondo dei Consorzi - ricorda Ricci Curbastro - è fatto di vignaioli, e quindi di sognatori, capaci di aspettare, prima per le uve, almeno quattro anni, poi per il primo vino, anche altri quattro anni. Una caratteristica che si riflette in tutte le altre scelte: quando il mondo delle denominazioni ha deciso di cambiare il sistema dei controlli, arrivando ad affidarli a società di certificazioni esterne, abbiamo reso un servizio al mercato: oggi il consumatore di vini Dop ha la certezza su origine, provenienza e numeri, ed è anche un sistema che ci ha permesso di uscire indenni da qualche inciampo spiacevole. Adesso - spiega il presidente Federdoc - è di nuovo il momento di interrogarci sul futuro: sicuramente, un grande vino viene da un grande territorio, grande non solo perché ci sono vignaioli sognatori capaci di pensare ad un grande vino, di portarlo in giro per il mondo, promuoverlo e proteggerne il marchio, ma è grande anche se, percorrendolo, ho la sensazione di trovarmi in un territorio all’altezza delle mie aspettative non solo dal punta di vista qualitativo ma anche dal punto di vista della sostenibilità. Questa è la nuova sfida di Federdoc, la sostenibilità come frontiera del vino italiano, che abbraccia tre pilastri fondamentali: ambientale, sociale ed economico”.
Una sostenibilità, riprende Riccardo Ricci Curbastro, innanzitutto a livello ambientale, “e non si parla solo di biologico, ma anche di carbon footprint, water footprint e biodiversità, non solo del vigneto ma anche di tutto ciò che ci sta intorno. Il pilastro sociale, che può sembrare poco chiaro, in questi mesi sta dimostrando tutta la sua importanza, penso agli effetti devastanti di quelli che sono veri e propri campi profughi con persone letteralmente schiavizzate per la raccolta dei pomodori.
Questi - continua Ricci Curbastro - sono gli aspetti che faranno la qualità del vino italiano nel futuro: tracciabilità, certezza dell’origine e sostenibilità. Adesso tocca al Ministro Centinaio ed alla politica scegliere qual è la strada da percorrere. Noi crediamo che la sostenibilità debba avere dei paletti fissati dallo Stato, quindi delle regole generali, ma che poi debba essere affidata ai privati, perché non è soltanto una questione di regole da scrivere, da trasformare continuamente in base alle nuove conoscenze scientifiche, ma uno standard si caratterizza anche per essere riconosciuto all’estero e quindi dai grandi buyer internazionali, e questo lo possono fare soltanto i privati. Intanto, come mondo dei Consorzi, abbiamo creato Equalitas, ma ci aspettiamo che altri partner vogliano unirsi in questa sfida, magari facendo di Equalitas una fondazione a disposizione del mondo del vino italiano”.
La sostenibilità ambientale, del resto, è da anni nell’agenda di produttori e associazioni, ed infatti, come sottolinea il presidente Federdoc, “esistono delle regole, ma non abbiamo uno standard che le fissi in base a numeri certi e quantificabili, certificati da un ente terzo, non basta una raccolta dati, che è semmai una presa di coscienza, seppure validissima. Ci vuole qualcosa che trasformi in indici questi dati, e che li renda quindi confrontabili nel tempo. Per quanto riguarda il sociale è ovvio che il rispetto delle norme è sufficiente, ma noi già oggi stiamo subendo norme di certificazioni inventate dalle grandi catene di distribuzione del resto del mondo, che ci impongono di duplicare il lavoro. Lo sforzo deve essere incentrato sull’utilizzo delle nostre norme nazionali, ossia le leggi, trasformandole non solo in un’attiva risposta alla legge ma anche in un’opportunità di certificazione che sia riconosciuta e che non ci costringa a ricorrere a standard imposti da altri, che spesso non conoscono neanche la realtà del nostro Paese”.
Per inscrivere tutto ciò in una dinamica europea, “l’esempio più giusto è quello di alcune aziende in Spagna che stanno certificando con lo standard Equalitas, e credo che questa sia già una risposta: il mercato, fatto di buyer e grandi player come le catene, sta cominciando a considerare Equalitas come un buon punto di partenza ed un buono standard. A nome dei produttori dei Consorzi - conclude Riccardo Ricci Curbastro - posso dire che forse abbiamo finalmente invertito la rotta, siamo noi che ci scriviamo delle regole, percorribili e facilmente applicabili, a misura delle nostre aziende, senza, una volta tanto, doverle subire”.

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