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Il Messaggero

Nasce il rosso “tricolore” il vino che unisce l’Italia … Settantatre Docg, trecentotrentadue Doc, centodiciotto Igt. Sono tante, tantissime, le denominazioni dei vini italiani. Ognuna rappresenta un territorio, spesso neanche una intera regione, ma un’area limitatissima. Non esiste però un “vino d’Italia”. Anzi, non c’era fino a ieri quando a Cortina d’Ampezzo Sandro Boscaini (noto come Mr. Amarone e presidente nazionale di Federvini) e Bruno Vespa - sì, Vespa, ma in versione produttore di vino - hanno presentato Terregiunte 2016, un blend di Primitivo di Manduria pugliese e Amarone Masi della Valpolicella in Veneto. Vini provenienti da territori lontani e diversissimi, che “ora diventano - parole di Boscaini - il primo vino concettualmente unificante di Enotria, la terra del vino com’era chiamata anticamente l’Italia”. “Abbiamo perso il senso di cosa sia il vino d’Italia - dice ancora Boscaini - relegato ad essere esclusivamente distillato di alcune aree che invece, se messe insieme, possono dare risultati eccellenti”. Stavolta, a differenza degli anni Sessanta-Settanta non si tratta di vino sfuso del Sud che “tagliava”, migliorandoli, i vini del Nord (addirittura dalla Sicilia e dalla Puglia finiva nelle botti francesi), ma di denominazione con pari dignità. A fare da padrini all’evento - simbolicamente a unire Nord e Sud - i governatori del Veneto Luca Zaia e (in videoconferenza) della Puglia Michele Emiliano. Ognuna delle 12 mila bottiglie di Terregiunte (in vendita da novembre) costerà non poco (100 euro). Saranno prodotte anche 500 magnum da un litro e mezzo. Gongolante, nella veste di Cenerentola (“io sono un piccolo produttore, Masi-Boscaini un gigante, un vero principe azzurro”) Bruno Vespa, che tra brindisi e calici di vino non sembra patire l’assenza di Porta a Porta, proprio nel giorno dell’apertura delle consultazioni al Quirinale. A dimostrazione della grande passione per il vino di qualità che ormai coltiva da alcuni anni e che l’ha portato a produrre nella sua cantina in Puglia circa 300 mila bottiglie l'anno tra vini rossi, bianchi e rosè (e anche uno spumante). “Questa mia - racconta - è stata un’idea pazza: far sposare due vini, da due regioni lontanissime con tante affinità e differenze”. A innamorarsi subito dell'idea è stato il veronese Sandro Boscaini che con la Masi è uno dei giganti italiani del settore (esporta in 120 Paesi). “Alcune uve ed alcuni territori - spiega - hanno tra di loro delle sinergie assolute, per cui il vino d'Italia non è solo la base produttiva, ma può essere un’eccellenza creata da grandi enologi che cercano il grande vino”. Emozionante quindi anche l’esperienza enologica, stando ai winemakers Riccardo Cotarella e Andrea Dal Cin. “In questo incontro tra due uve e due vini - ha detto Cotarella presidente degli enologi italiani - abbiamo cercato di mantenere il più possibile espressività e territorialità, ma senza “spingere” troppo, preferendo equilibrio ed eleganza. Dopo un anno di convivenza, così, non sono più Primitivo ed Amarone, ma sono un vino tutto nuovo”. “Un blend - ha aggiunto Dal Din che ci ha tenuto a precisare di essere veneto con il nonno pugliese - in cui la rotondità dell’Amarone viene mitigata dalla forza tannica del Primitivo, che richiede una suadenza ed una golosità che gli viene data dall’Amarone”. Un’esperienza unica, sicuramente difficile da replicare, che però ha spinto già ieri sera Alessandro Regoli di Winenews a lanciare una nuova provocazione a Vespa, suggerendo di unire il Grillo (Sicilia) con il Pecorino (Abruzzo, la regione natia del giornalista) per realizzare un grande bianco d’Italia. Intanto facciamo cin cin col rosso Terregiunte.

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