“Se il vino non dovesse considerarsi altrimenti che come una bevanda allegra capace di annebbiare la limpidezza talora troppo importuna dell’umano cervello, oppure come il tristo lusinghiero veleno che conduce con inviti da sirena all’ultimo abbrutimento, io non avrei davvero il coraggio, parlando del vino nei costumi, di far assistere il mio gentile uditorio a una lunga sfilata di popoli tutti malfermi sulle proprie gambe. Ma per fortuna, anche trascurando le quistioni economiche e commerciali in cui il vino ha tanta parte, esso ha nei costumi dei popoli una ben altra importanza”. Basterebbero queste righe per capire che “Il vino nei costumi dei popoli” non è un semplice saggio d’altri tempi, ma un testo che sceglie fin dall’inizio di sottrarre il vino alla caricatura. Scritto nel 1880 da Corrado Corradino e oggi riproposto da Edizioni Estemporanee (2025, pp. 80, prezzo di copertina 12 euro) in un’edizione illustrata e curata con attenzione filologica, il volume riporta alla luce una voce ottocentesca capace di sorprendere per lucidità e misura su questioni quanto mai attuali.
Corrado Corradino, letterato e storico torinese, costruisce il suo discorso come una conferenza, e lo si percepisce nel ritmo, nell’equilibrio tra ironia e serietà, nella volontà di accompagnare il lettore lungo un percorso che attraversa i secoli. Il vino, nel suo racconto, non è mai ridotto a semplice strumento di ebbrezza né demonizzato come vizio sociale. Bensì è presenza costante nella storia dei popoli, elemento che attraversa riti religiosi, abitudini quotidiane, sistemi economici e strutture simboliche. Dalle narrazioni bibliche alle civiltà classiche, il vino emerge come segno distintivo di appartenenza, come pratica condivisa che definisce norme e gerarchie, come bene che genera commercio e scambi.
Corradino insiste su un punto che oggi appare centrale anche nel dibattito contemporaneo: il vino non è solo consumo, è costume. Non è solo prodotto, è cultura materiale e immateriale insieme. Nel farlo, anticipa con sorprendente naturalezza uno sguardo che potremmo definire antropologico. Molto prima che il lessico della cultura del cibo entrasse nel dibattito accademico e mediatico, egli osserva come ogni popolo abbia costruito attorno al vino un proprio sistema di significati, limiti e valori. Il vino diventa, così, specchio della società che lo produce, misura del suo equilibrio, indicatore delle sue tensioni.
Per il lettore di oggi, immerso in un settore vitivinicolo che parla di identità territoriale, heritage, sostenibilità e narrazione del territorio, questo testo del 1880 ricorda che il legame tra vino e civiltà non è una strategia recente, ma una stratificazione lunga secoli. Prima delle denominazioni, prima dei disciplinari, prima delle campagne di comunicazione, il vino era già linguaggio collettivo, rito, elemento strutturale della vita sociale. “Il vino nei costumi dei popoli” è un invito a rileggere il vino nella sua profondità culturale, a riconoscerne il ruolo non solo economico, ma civile. In un momento in cui il settore è chiamato a ridefinire il proprio posizionamento culturale oltre che produttivo, tornare a un testo come questo significa rimettere al centro una consapevolezza: il vino non è mai stato soltanto una bevanda. È stato, e continua a essere, parte integrante della storia dei popoli.
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