Nel 2025, in Italia, il 9,3% della popolazione, pari a 5,4 milioni di persone, non si poteva permettere un pasto proteico ogni 2 giorni. Un dato, comunque in miglioramento, ma che rappresenta una delle principali manifestazioni dirette dell’insicurezza alimentare. A scattare la fotografia, è il “Rapporto Annuale - La situazione del Paese” dell’Istat, presentato nei giorni scorsi, alla Camera dei Deputati a Roma. Nel rapporto si spiega che “condizioni socioeconomiche disagiate possono compromettere la capacità di acquistare cibo sufficiente, nutriente e di qualità. Le famiglie con redditi bassi tendono, infatti, a limitare la varietà degli alimenti, privilegiando prodotti meno costosi e meno nutrienti, e possono ridurre il numero dei pasti o rinunciare a consumare pasti proteici con regolarità, adattando forzatamente il proprio stile alimentare a risorse insufficienti”. La minore disponibilità economica, quindi, condiziona le abitudini alimentari e svelano delle carenza preziose per la dieta dell’individuo.
In Italia si osserva, fortunatamente, un generale miglioramento: la quota di persone che non poteva permettersi un pasto proteico, sottolinea l’Istat, era del 12,6% nel 2014, del 14,3% nel 2016 scendendo stabilmente sotto il 10% a partire dal 2019. Nel 2025, come detto, l’incidenza si attesta al 9,3%, migliorando il 9,9% del 2024. Un fenomeno che, però, non si manifesta in modo omogeneo sul territorio: nel 2025, il valore è più elevato nel Mezzogiorno (13,2%), mentre si colloca su livelli sensibilmente più contenuti nel Nord-Est (6%), nel Nord-Ovest (7,7%) e nel Centro (8%).
Le situazioni di maggiore vulnerabilità si riscontrano tra le persone che vivono sole (13,3%), in particolare tra i giovani con meno di 35 anni (16,5%). Tra le famiglie con figli minori, le condizioni più critiche riguardano gli individui che vivono in famiglie monogenitoriali (10,4%), soprattutto di madri sole (12,3%). Le difficoltà di accesso ad un’alimentazione adeguata, riporta ancora il Rapporto dell’Istat, sono, inoltre, più evidenti per gli individui che vivono in famiglie composte esclusivamente da stranieri (19,1%), valore più che doppio rispetto a quello delle persone che vivono in famiglie di soli italiani (8,5%).
C’è poi la questione del titolo di studio che si pone come uno dei principali fattori protettivi anche nel contrasto all’insicurezza alimentare, e questo al di là del livello di reddito della famiglia. Nelle famiglie in cui il titolo di studio più alto è la licenza media, l’incidenza, infatti, supera di quasi 10 punti percentuali quella in cui almeno un componente è laureato (rispettivamente, 14,1% e 4,3%). La relazione tra titolo di studio e insicurezza alimentare risulta essere più marcata nel Mezzogiorno, dove la quota si attesta al 20% se il titolo più elevato è la licenza media, contro il 4,8% in presenza di laureati. Anche tra le famiglie in cui è presente almeno un componente straniero, analizza l’Istat, l’istruzione mostra effetti protettivi, pur in un contesto di incidenze complessivamente elevate: nei nuclei con almeno un laureato l’indicatore è pari al 9% (3,9% se la famiglia è composta da soli italiani), oltre 9 punti percentuali in meno rispetto alle famiglie con stranieri in cui il titolo di studio più elevato è la licenza media.
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